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AMBIENTE, PETROLIO
Il mito (e i danni) dei «bio-carburanti»
Marinella Correggia
2006.07.14
In Malaysia la sete di biodiesel ricavato dall'olio di palma - per il mercato interno ma anche per l'export - è cresciuta a tal punto che il governo ha deciso di sospendere le licenze ai nuovi produttori (in poco tempo ne sono state chieste 87, di cui 32 per una produzione totale di 3 milioni di tonnellate all'anno di biodiesel da olio di palma), finché non si sarà trovato un modo accettabile di suddividere la materia prima fra il settore alimentare e quello energetico. Lo stesso Consiglio malese della palma da olio, finanziato dall'industria, ha spiegato all'agenzia Reuters che con un tale aumento degli impianti per il biodiesel in Europa e in Asia, e con piantagioni che non si possono estendere all'infinito, non c'è abbastanza materia prima per soddisfare entrambi i settori.
L'istituto di ricerca World Watch Institute ha presentato un rapporto, Biofuels for Transportation: Global Potential and Implications for Sustainable Agriculture and Energy in the 21st Century («Biocarburanti per i trasporti: potenziale globale e implicazioni per l'agricoltura sostenibile e l'energia nel 21esimo secolo»), sul rampantismo delle colture energetiche da cui derivano etanolo e biodiesel. La produzione mondiale, anche se per ora è pari al solo 1 per cento del mercato dei combustibili da trasporto, è raddoppiata dal 2001 raggiungendo i 670.000 barili al giorno. E' prevedibile che gli Stati Uniti quest'anno sorpassino il Brasile nella produzione di etanolo ed entro 25 anni prevedono ci coprire con i biocarburanti il 37 per cento del fabbisogno nei trasporti; nello stesso periodo il biodiesel potrebbe arrivare a soddisfare il 20-30 per cento del fabbisogno europeo, sempre per i trasporti. Ma i rischi ecologici e agricoli di un ricorso su larga scala a questa fonte energetica sono elevati, avverte l'istituto statunitense. I governi dovrebbero fermare la temibile espansione delle colture energetiche su terre fertili o forestali, già esplosa in America Latina e in Asia con grave danno per la biodiversità e con notevoli rilasci di gas di serra dovuti alla distruzione forestale. Inoltre, una massiccia conversione alle colture da combustibile potrebbe far alzare i prezzi degli alimenti. Le tradizionali colture da etanolo, comuni negli Usa e in Brasile, potrebbero accentuare l'erosione dei suoli ed esaurire falde acquifere. Del resto, se i biocarburanti sono prodotti in condizioni non favorevoli e in modo convenzionale, cioè ricorrendo a elevate quantità di input di origine fossile come i fertilizzanti (oltre ai macchinari agricoli), il saldo di CO2 (gas serra) non è certo incoraggiante.
E naturalmente, si pone un problema di food-fuel competition: la concorrenza fra alimentazione umana e produzione di combustibile per i veicoli, parallela alla competizione food-feed, ovvero fra cibo per umani e mangime per animali con la quale si intreccia, visto che le protoleaginose hanno usi plurimi (ad esempio dal girasole o dalla soia si possono fare biodiesel, mangimi o cibi per consumo umano). Il professor David O'Connor del Dipartimento agricoltura e sistemi alimentari dell'Università di Melbourne (Australia) ha fatto un po' di calcoli. Per nutrire un essere umano per un anno occorre una produzione equivalente a 0,5 tonnellate di cereali all'anno, considerando la quantità necessaria alla semina successiva, una quota per nutrire gli animali da allevamento e una porzione di terra da lasciare libera per produrre frutta e ortaggi. Confrontiamo questo valore con quanto occorre a un'automobile che faccia 20.000 km l'anno con un consumo di 7 litri ogni 100 km: a questa speciale «bocca» occorreranno in media 3,5 tonnellate di prodotto sempre all'anno. Insomma, sette volte più di una persona; e saranno nove miliardi quelle da nutrire nel 2050. Si porranno dunque seri problemi per la sicurezza alimentare e la base di risorse (terra, acqua).
Questa volta, la Royal Dutch Shell l'ha detta giusta: intervenendo a un seminario proprio in Malaysia, il responsabile per l'Asia-Pacifico ha spiegato che il suo centro ricerche della multinazionale sta sviluppando carburanti alternativi derivanti da scarti lignei anziché da colture alimentari, considerando «moralmente inappropriato» che in un mondo in cui ci sono ancora tanti affamati gli abbienti si permettano di usare del cibo (e dunque grandi porzioni di terra coltivabile) per nutrire le proprie automobili.
A lungo termine, secondo il World Watch Institute, il solo potenziale sostenibile per produrre biocombustibili riguarda la trasformazione dei rifiuti agricoli, urbani e forestali oltre al ricorso a colture erbacee a rapida crescita e ricche di cellulosa, da abbinare alla «solita» panacea delle nuove tecnologie come l'uso degli enzimi nella produzione di etanolo e il diesel sintetico.
L'istituto di ricerca World Watch Institute ha presentato un rapporto, Biofuels for Transportation: Global Potential and Implications for Sustainable Agriculture and Energy in the 21st Century («Biocarburanti per i trasporti: potenziale globale e implicazioni per l'agricoltura sostenibile e l'energia nel 21esimo secolo»), sul rampantismo delle colture energetiche da cui derivano etanolo e biodiesel. La produzione mondiale, anche se per ora è pari al solo 1 per cento del mercato dei combustibili da trasporto, è raddoppiata dal 2001 raggiungendo i 670.000 barili al giorno. E' prevedibile che gli Stati Uniti quest'anno sorpassino il Brasile nella produzione di etanolo ed entro 25 anni prevedono ci coprire con i biocarburanti il 37 per cento del fabbisogno nei trasporti; nello stesso periodo il biodiesel potrebbe arrivare a soddisfare il 20-30 per cento del fabbisogno europeo, sempre per i trasporti. Ma i rischi ecologici e agricoli di un ricorso su larga scala a questa fonte energetica sono elevati, avverte l'istituto statunitense. I governi dovrebbero fermare la temibile espansione delle colture energetiche su terre fertili o forestali, già esplosa in America Latina e in Asia con grave danno per la biodiversità e con notevoli rilasci di gas di serra dovuti alla distruzione forestale. Inoltre, una massiccia conversione alle colture da combustibile potrebbe far alzare i prezzi degli alimenti. Le tradizionali colture da etanolo, comuni negli Usa e in Brasile, potrebbero accentuare l'erosione dei suoli ed esaurire falde acquifere. Del resto, se i biocarburanti sono prodotti in condizioni non favorevoli e in modo convenzionale, cioè ricorrendo a elevate quantità di input di origine fossile come i fertilizzanti (oltre ai macchinari agricoli), il saldo di CO2 (gas serra) non è certo incoraggiante.
E naturalmente, si pone un problema di food-fuel competition: la concorrenza fra alimentazione umana e produzione di combustibile per i veicoli, parallela alla competizione food-feed, ovvero fra cibo per umani e mangime per animali con la quale si intreccia, visto che le protoleaginose hanno usi plurimi (ad esempio dal girasole o dalla soia si possono fare biodiesel, mangimi o cibi per consumo umano). Il professor David O'Connor del Dipartimento agricoltura e sistemi alimentari dell'Università di Melbourne (Australia) ha fatto un po' di calcoli. Per nutrire un essere umano per un anno occorre una produzione equivalente a 0,5 tonnellate di cereali all'anno, considerando la quantità necessaria alla semina successiva, una quota per nutrire gli animali da allevamento e una porzione di terra da lasciare libera per produrre frutta e ortaggi. Confrontiamo questo valore con quanto occorre a un'automobile che faccia 20.000 km l'anno con un consumo di 7 litri ogni 100 km: a questa speciale «bocca» occorreranno in media 3,5 tonnellate di prodotto sempre all'anno. Insomma, sette volte più di una persona; e saranno nove miliardi quelle da nutrire nel 2050. Si porranno dunque seri problemi per la sicurezza alimentare e la base di risorse (terra, acqua).
Questa volta, la Royal Dutch Shell l'ha detta giusta: intervenendo a un seminario proprio in Malaysia, il responsabile per l'Asia-Pacifico ha spiegato che il suo centro ricerche della multinazionale sta sviluppando carburanti alternativi derivanti da scarti lignei anziché da colture alimentari, considerando «moralmente inappropriato» che in un mondo in cui ci sono ancora tanti affamati gli abbienti si permettano di usare del cibo (e dunque grandi porzioni di terra coltivabile) per nutrire le proprie automobili.
A lungo termine, secondo il World Watch Institute, il solo potenziale sostenibile per produrre biocombustibili riguarda la trasformazione dei rifiuti agricoli, urbani e forestali oltre al ricorso a colture erbacee a rapida crescita e ricche di cellulosa, da abbinare alla «solita» panacea delle nuove tecnologie come l'uso degli enzimi nella produzione di etanolo e il diesel sintetico.




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