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ENERGIA
I birmani in esilio contro il «progetto Shwe»
Marina Forti
2006.07.15
Il giacimento è stato scoperto nel dicembre del 2003, e dopo una fase di esplorazioni un consorzio internazionale si prepara a sfruttarlo: si tratta di gas naturale, un grande giacimento offshore appena fuori dalla costa di Myanmar (Birmania) occidentale. E' indicato come giacimento A-1, o progetto Shwe, parola birmana che significa «oro»: e in effetti si sta rivelando uno dei maggiori giacimenti di gas naturale di tutta l'Asia sud-orientale. Tanto che potrebbe diventare una delle maggiori fonti di entrate in valuta straniera per la Birmania. O meglio: «per il governo militare birmano», precisa un documento diffuso giorni fa da un gruppo di attivisti birmani in esilio.
Il gruppo si è dato nome «Shwe gas movement» e ha lanciato una campagna per chiedere a quel consorzio, guidato dalla sudcoreana Daewoo International, di abbandonare il progetto. In un lungo documento (vedi www.shwe.org) spiegano che il progetto Shwe rischia invece di trasformarsi in una serie di violenze e sofferenze per la popolazione locale, proprio come è già successo attorno agli altri due giacimenti di gas attualmente sfruttati in Birmania.
Il giacimento A-1 si trova al largo dello stato di Arakan, Birmania occidentale. E' gigantesco: ammonta a qualcosa tra 120 mila e 164mila miliardi di metricubi di gas, affermano le imprese che hanno condotto le esplorazioni, per un valore totale tre 19 r 26 miliardi di dollari. Gli attivisti fanno i conti in tasca al governo di Yangoon: ne ricaverà circa 12 miliardi di dollari tra royalties e tasse. Lo sfruttamento è stato aggiudicato a un consorzio coreano-indiano, ovviamente in joint venture con la Myanmar Oil and Gas Enterprise, 100% del governo militare birmano. Daewoo ha il 60% del capitale, il 20% è della Oil and Natural Gas Corporation dell'India, e 10% ciascuno a due aziende che commercializzano il gas, Gas Authority of India e Korean Gas Corporation. Il progetto include un gasdotto tra la Birmania e l'India, e tra le imprese che parteciperanno a perforare i pozzi e costruire il gasdotto troviamo anche l'italiana Snamprogetti.
L'impresa è nelle fasi iniziali. Nel documento diffuso dai birmani in esilio si legge che sono cominciati i lavori per aprire in corridoio per il gasdotto attraverso gli stati birmani di Arakan e Chin fino al confine indiano. Così zone un lontane dalla capitale e di frontiera sono sempre più militarizzate. Così era successo nei primi anni '90 con il progetto Yadana, pozzi off-shore e gasdotto attraverso una zona remota della Birmania sud-orientale (verso il confine con la Thailandia): per costruire il gasdotto l'esercito birmano, Tatmadaw, instaurò un regime di terrore, lavoro forzato, villaggi bruciati e popolazioni costrette a sfollare senza preavviso, e innumerevoli casi di tortura, uccisioni extragiudiziarie, stupri. Quei fatti sono stati ben documentati anche perché il progetto Yadana è finito in tribunale: un processo celebrato in California, quando un gruppo di avvocati e sindacalisti a nome di alcuni sopravvissuti a quel terrore ha citato in giudizio una delle società capofila del consorzio internazionale, la californiana Unocal, accusandola di complicità nelle violazioni dei diritti umani commessi dall'esercito birmano (questa rubrica ne ha parlato più volte).
Dicono ora gli attivisti del Shwe Gas Movement: cosa garantisce che quei fatti non si ripeteranno? Nulla, la giunta militare della Birmania non si è certo democratizzata nel frattempo. Aggiungono che non è stato condotto una vera «valutazione di impatto ambientale e sociale», così è difficile determinare quale sarà l'effetto di quelle opere sulle popolazioni locali e sull'ambiente: «ma i militari birmani hanno una lunga storia di degrado ambientale e culturale» - la deforestazione rampante e la repressione verso le minoranze etniche del paese lo testimoniano.
La violenza della giunta militare birmana è ben nota (si legga l'importante libro di Cecilia Brighi: Il Pavone e i generali, Baldini e Castoldi Daiai, 2006). Perciò molti governi e organizzazioni internazionali l'hanno definito un regime di terrore, e hanno decretato sanzioni verso il paese: come chiede la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, leader della Lega per la Democrazia che era stata democraticamente eletta - prima che i militari la mettessero agli arresti. Molti paesi asiatici seguono invece la politica che definiscono «impegno costruttivo»: tra questi i vicini Thailandia, Cina, India e Malaysia, e anche la Corea del Sud. Dicono gli esiliati birmani: l'«impegno costruttivo» non mostra di dare risultati, non promuove né uno sviluppo economico a beneficio di tutti né la democrazia. E chiedono: ritiratevi dal progetto Shwe.
 
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