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AGRICOLTURA, BIOTECNOLOGIE
La colonizzazione dei semi transgenici
Marina Zenobio
2006.07.22
L'hanno definito progetto per la «biosicurezza» e riguarda alcuni paesi dell'Africa occidentale e dell'America latina. Ma ci sono buoni motivi per dubitare, se non altro perché tra i partners ci sono note organizzazioni legate all'industria biotech. Stiamo parlando dei due progetti promossi dalla Banca mondiale e dal Fondo globale per l'ambiente (Gef nell'acronimo inglese) gestito dalla medesima Banca. Scopo dichiarato è contribuire ad assicurare, in campo agricolo, protezione contro il pericolo di contaminazione tra semi originari e semi geneticamente manipolati - in base al protocollo di biosicurezza firmato a Cartagena nel 2000. L'impressione è che in realtà promuovano l'introduzione di coltivazioni ogm. I partners associati ai due progetti multimilionari sono: il Ciat (Centro internazionale di agricoltura tropicale, con sede in Colombia) e, manco a dirlo, tre note organizzazioni di promozione delle coltivazioni transgeniche legate a industrie biotecnologiche: Croplife, AfricaBio e Public Research and Regulation Initiative. Sotto la copertura di ricerca scientifica si tenta di legittimare la contaminazione di sementi che sono la base dell'economia contadina per creare, alla fine, dipendenza dalle varietà controllare dalle industrie. Il West Africa regional biosafety project riguarda Mali, Burkina Faso, Senegal e Togo, mentre obiettivo del Latin American multi-country capacity building in biosafety sono Brasile, Colombia, Costa Rica, Messico e Perù. Il progetto prevede l'introduzione di semi ogm di mais, patate, yucca, cotone e riso: eppure, escluso il riso, si tratta di varietà vegetali di cui quegli stessi paesi sono centri di origine e biodiversità. Comprensibile quindi l'allarme tra le organizzazioni della società civile locali, consapevoli che la contaminazione transgenica a cui si espongono le coltivazioni originarie, fondamentali per l'economia delle popolazioni rurali, è un rischio inaccettabile: una vera e propria minaccia alla sovranità alimentare e alla biodiversità di quei paesi.
Tra i primi a partire all'attacco, con un'analisi congiunta sui rischi ambientali e sociali che i progetti rappresentano, ci sono: il Centro africano per la biosicurezza (Acb), la Rete per un'America latina libera dal transgenico (Rallt) e le organizzazioni ambientaliste internazionali Grain e Gruppo Etc.
I progetti prevedono anche «corsi di formazione in biosicurezza» promossi dal Gef e dalla Banca mondiale. In pratica, ignorando le organizzazioni contadine e indigene contrarie a introdurre sul campo varietà ogm, le stesse vengono «inviate» a imparare i nuovi metodi scientifici studiati per contrastare il rischio contaminazione: «Una farsa di partecipazione pubblica il cui obiettivo reale è promuovere leggi di biosicurezza che favoriscano le industrie biotecnologiche» denuncia Eva Caranzo del Coordinamento biodiversità di Costa Rica. Nel caso africano si tratta di coltivazioni sperimentali mentre quello latinoamericano prevede appunto corsi di formazione per controllare la contaminazione tra ogm e piante originarie. Vien da chiedersi come faranno per impedire al vento di trasportare i pollini da una coltivazione all'altra; evidentemente, in entrambi i casi, i promotori dei progetti danno per scontato che gli ogm continueranno a essere introdotti, e che la contaminazione sarà inevitabile - i metodi scientifici per contrastarla sono fumo negli occhi. Silvia Ribeiro del Gruppo Etc ricorda la contaminazione transgenica del mais originario in Messico, dove non è stato fatto nulla per evitarla. Anzi, proprio una legge sulla biosicurezza votata dal governo messicano ha permesso di lasciare impunita la Monsanto e le altre imprese responsabili della contaminazione illegale, tanto che è stata ribattezzata «Legge Monsanto».
Secondo Grain, i progetti in questione rispondono chiaramente a un processo che non prevede la partecipazione diretta delle nazioni coinvolte, ma che fa parte di una strategia della Bm e del governo Usa per «armonizzare» i regolamenti regionali sull'introduzione di ogm: stabilire regole favorevoli all'introduzione di ogm in paesi chiave e poi usarle come modello da imporre ad altri stati della regione attraverso organismi sovranazionali, così da bypassare qualsiasi dibattito democratico e aprire un grande mercato unico per le trasnazionali produttrici di sementi geneticamente modificate. Il disprezzo per l'opinione delle organizzazioni contadine ed indigene è evidente anche dal fatto che entrambi i progetti circolano solamente in inglese; non in francese, una delle lingue principali del continente africano, né in spagnolo o portoghese nel caso latinoamericano.
 
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