terra terra
ETNIE
Gli ultimi Nukak tornano nella foresta
Patrizia Cortellessa
2006.08.29
La storia della piccola tribù dei Nukak-Maku, una delle ultime nomadi del pianeta, è arrivata agli onori delle cronache solo qualche mese fa, in marzo, quando un gruppo composto da circa 77 persone ha lasciato il Nukak National Park, nella foresta amazzonica nel sud-est della Colombia e, percorrendo a piedi circa 300 chilometri in 4 mesi, ha raggiunto la città di San Jose del Guaviare, dove già un altro gruppo era giunto in novembre.
E' il quotidiano New York Times che l'11 maggio ha riportato in primis la notizia, raccontata più come curiosa nota di colore che come specchio della tragedia di un piccolo popolo a rischio di estinzione. La vicenda è stata poi ripresa, sulla falsariga dell'articolo pubblicato dal Nyt, anche dai maggiori quotidiani italiani. La fuga dalla foresta verso la città diveniva così una sorta di voluta - seppur sorprendente - «conversione alla civiltà» dell'ex popolo tribale. E i Nukak-Maku si ritagliavano, in modo improprio e loro malgrado, una larga fetta di spazio mediatico.
La realtà è un dramma di ben altre proporzioni e con tutt'altri contorni. Parla di reiterate violazioni dei diritti umani delle popolazioni native, vittime principali dello scontro tra coloni coltivatori di coca, militari colombiari e guerriglieri che negli anni '80 si sono insediati nella zona. E parla di interessi in ballo, certo, ma non quelli degli indigeni. La distruzione di un popolo inizia con il disboscamento totale del territorio in cui (e di cui) vivono i Nunak, ha ricordato l'Apm (Associazione dei popoli minacciati) nel rapporto presentato in occasione della giornata internazionale dei popoli indigeni il 9 agosto scorso. Il disboscamento selvaggio per far posto alle piantagioni di coca ha sottratto ai Nukak, col tempo, gran parte dei loro territori, divenuti teatro degli aspri combattimenti in quella guerra per la coca che da tempo insanguina il paese. Un campo di battaglia che si allarga ogni giorno e che li vede sempre più coinvolti. Semisconosciuti agli antropologi fino al 1988 i Nunak, sottogruppo dell'etnia Maku, vivevano di caccia e di raccolta nella foresta amazzonica sud-orientale; erano abituati a muoversi in piccoli gruppi (tra le 9 e le 45 persone) e capaci di cambiare posto anche 68 volte in un anno, riferiscono gli antropologi che li hanno osservati. Ma da tempo il nomadismo si è trasformato in fuga. Un piccolo gruppo di donne e bambini uscì dalla foresta appunto nell'88, dopo uno scontro con i coloni. Nel 2003 circa 200 persone furono costrette a scappare dalla guerra e, nel dicembre del 2005, l'uccisione di due membri della comunità costrinse gli altri del gruppo a lasciare - nuovamente - le loro abitazioni per riparare in altri luoghi più sicuri.
Fino a 17 anni fa l'esistenza dei Nukak-Maku era sconosciuta al mondo, ma di quel mondo hanno verificato in fretta la ferocia. Non si può dire con certezza quanti fossero in origine gli appartenenti alla comunità, dato che erano «sconosciuti» all'anagrafe governativa; li antropologi stimano che dal 1988 a oggi circa la metà dei Nukak-Maku sia morta per malattie come malaria, morbillo e soprattutto l'influenza a cui sono particolarmente vulnerabili, senza difese immunitarie. Oggi sarebbero solo 500 i sopravvissuti, di cui circa la metà continua a vivere nella foresta.
Pochi giorni fa, in risposta alle forti pressioni dell'opinione pubblica seguite alle campagne nazionali e internazionali, il governo colombiano ha annunciato che i Nukak potranno tornare finalmente nella foresta, in un territorio «sicuro» loro riservato di circa 20 mila ettari. Ma non è lo stesso territorio dal quale sono fuggiti, anzi ne dista circa 450 chilometri ed è diverso come ecosistema. Questa nuova casa, fra l'altro, sarebbe grande solo il 2% della riserva originaria dei Nukak, quel Nukak National Park posto sotto «resguardo» (zona protetta) nel 1991, dopo un'incisiva campagna internazionale. Mantenere la vita dei cacciatori-raccoglitori sarà difficile per loro.
Quella che sembrerebbe una buona nuova quindi è carica di dubbi e perplessità. Il timore di tutti coloro che si sono battuti da sempre al loro fianco è che questa decisione del governo colombiano tenda a scaricarsi di altre responsabilità, e nel tempo a trasformare definitivamente una tribù nomade in un popolo stanziale che non farà mai ritorno nel proprio territorio ancestrale. E non può essere certo l'esilio permanente il rimedio efficace per garantire una lunga sopravvivenza, soprattutto a un popolo nomade come quello dei Nukak-Maku.
E' il quotidiano New York Times che l'11 maggio ha riportato in primis la notizia, raccontata più come curiosa nota di colore che come specchio della tragedia di un piccolo popolo a rischio di estinzione. La vicenda è stata poi ripresa, sulla falsariga dell'articolo pubblicato dal Nyt, anche dai maggiori quotidiani italiani. La fuga dalla foresta verso la città diveniva così una sorta di voluta - seppur sorprendente - «conversione alla civiltà» dell'ex popolo tribale. E i Nukak-Maku si ritagliavano, in modo improprio e loro malgrado, una larga fetta di spazio mediatico.
La realtà è un dramma di ben altre proporzioni e con tutt'altri contorni. Parla di reiterate violazioni dei diritti umani delle popolazioni native, vittime principali dello scontro tra coloni coltivatori di coca, militari colombiari e guerriglieri che negli anni '80 si sono insediati nella zona. E parla di interessi in ballo, certo, ma non quelli degli indigeni. La distruzione di un popolo inizia con il disboscamento totale del territorio in cui (e di cui) vivono i Nunak, ha ricordato l'Apm (Associazione dei popoli minacciati) nel rapporto presentato in occasione della giornata internazionale dei popoli indigeni il 9 agosto scorso. Il disboscamento selvaggio per far posto alle piantagioni di coca ha sottratto ai Nukak, col tempo, gran parte dei loro territori, divenuti teatro degli aspri combattimenti in quella guerra per la coca che da tempo insanguina il paese. Un campo di battaglia che si allarga ogni giorno e che li vede sempre più coinvolti. Semisconosciuti agli antropologi fino al 1988 i Nunak, sottogruppo dell'etnia Maku, vivevano di caccia e di raccolta nella foresta amazzonica sud-orientale; erano abituati a muoversi in piccoli gruppi (tra le 9 e le 45 persone) e capaci di cambiare posto anche 68 volte in un anno, riferiscono gli antropologi che li hanno osservati. Ma da tempo il nomadismo si è trasformato in fuga. Un piccolo gruppo di donne e bambini uscì dalla foresta appunto nell'88, dopo uno scontro con i coloni. Nel 2003 circa 200 persone furono costrette a scappare dalla guerra e, nel dicembre del 2005, l'uccisione di due membri della comunità costrinse gli altri del gruppo a lasciare - nuovamente - le loro abitazioni per riparare in altri luoghi più sicuri.
Fino a 17 anni fa l'esistenza dei Nukak-Maku era sconosciuta al mondo, ma di quel mondo hanno verificato in fretta la ferocia. Non si può dire con certezza quanti fossero in origine gli appartenenti alla comunità, dato che erano «sconosciuti» all'anagrafe governativa; li antropologi stimano che dal 1988 a oggi circa la metà dei Nukak-Maku sia morta per malattie come malaria, morbillo e soprattutto l'influenza a cui sono particolarmente vulnerabili, senza difese immunitarie. Oggi sarebbero solo 500 i sopravvissuti, di cui circa la metà continua a vivere nella foresta.
Pochi giorni fa, in risposta alle forti pressioni dell'opinione pubblica seguite alle campagne nazionali e internazionali, il governo colombiano ha annunciato che i Nukak potranno tornare finalmente nella foresta, in un territorio «sicuro» loro riservato di circa 20 mila ettari. Ma non è lo stesso territorio dal quale sono fuggiti, anzi ne dista circa 450 chilometri ed è diverso come ecosistema. Questa nuova casa, fra l'altro, sarebbe grande solo il 2% della riserva originaria dei Nukak, quel Nukak National Park posto sotto «resguardo» (zona protetta) nel 1991, dopo un'incisiva campagna internazionale. Mantenere la vita dei cacciatori-raccoglitori sarà difficile per loro.
Quella che sembrerebbe una buona nuova quindi è carica di dubbi e perplessità. Il timore di tutti coloro che si sono battuti da sempre al loro fianco è che questa decisione del governo colombiano tenda a scaricarsi di altre responsabilità, e nel tempo a trasformare definitivamente una tribù nomade in un popolo stanziale che non farà mai ritorno nel proprio territorio ancestrale. E non può essere certo l'esilio permanente il rimedio efficace per garantire una lunga sopravvivenza, soprattutto a un popolo nomade come quello dei Nukak-Maku.





• 