giovedì 19 settembre 2013
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ENERGIA
La Banca mondiale trascura il «doppio dividendo»
Marinella Correggia
2006.09.08
Un piano globale d'azione per l'energia della Banca Mondiale, intitolato Progress Report on the Investment Framework for Clean Energy and Development, sarà discusso dai dirigenti dell'istituzione e poi inserito nell'agenda del prossimo incontro fra Banca e Fondo monetario internazionale, a Singapore. Nell'ultimo summit del G8, a Gleneagles, i paesi ricchi avevano chiesto alla Banca e alle altre istituzioni finanziarie internazionali di tracciare un piano per combattere il riscaldamento globale e aiutare ad assicurare l'approvvigionamento energetico per il futuro.
Quando la prima bozza del piano è apparsa, agli incontri di primavera di Bm e Fmi, molti osservatori si sono detti colpiti dalla mancanza di riferimento ai poveri. Ma quanto è trapelato dell'ultima versione ha indotto gli analisti a dire che nel frattempo il rapporto è cambiato: ora il piano sembra occuparsi di quel miliardo e 600 milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia del Sud, che non hanno praticamente accesso all'energia «moderna» (unica fonte di combustibile essendo la legna da ardere o le deiezioni animali essiccate).
Il piano della Banca dunque sembra voler affrontare il gap energetico che gioca a sfavore dei poveri; ma certo «non tiene conto del doppio dividendo offerto dalle energie rinnovabili e pulite: combattere l'effetto serra e ridurre la povertà», secondo l'International Rivers Network (Irn), gruppo dedito alla promozione di alternative energetiche alle grandi dighe e agli altri megaprogetti. Irn sottolinea il fatto che le tecnologie pulite, cioè l'energia solare, eolica, da nuove biomasse, geotermica e piccola idroelettrica sono disponibili localmente , creano occupazione e hanno un impatto ambientale molto basso; ecco perché offrono i due dividendi insieme. La Banca «continua a considerare i grandi progetti idroelettrici regionali e gli impianti termici come miglior modo di produrre energia. Nel 2005 solo il 10 % delle risorse del settore energetico dell'istituzione è stato assegnato all'efficienza energetica e progetti nel campo delle nuove energie rinnovabili».
La Banca replica che il suo piano d'azione ha una prospettiva globale e sottolinea che nel 2006 è stato impegnato per promozione dell'energia rinnovabile e all'efficienza negli usi dell'energia il 20 % del budget totale per l'energia 2006, in 62 progetti rinnovabili in 35 paesi, che dovrebbero contribuire significativamente agli obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite, ovvero il dimezzamento della povertà globale entro il 2015. «E dunque», dice Jamal Saghir, direttore del Dipartimento energia e acqua della Banca, «sono progetti che offrono un doppio dividendo: rispondere al fabbisogno di energia per la crescita sostenuta (corsivo redazionale, ndr) e la riduzione della povertà, e al tempo stesso l'esigenza di proteggere l'ambiente o migliorarlo».
Ma assegnare il 20 % del budget alle rinnovabili e al risparmio energetico significa appunto assegnare l'altro 80% al «resto», che non è né rinnovabile né risparmioso. E infatti l'Irn risponde che nel documento la Banca continua a favorire le tecnologie applicate ai combustibili fossili, fra i quali centrali termiche a gas e soprattutto a carbone «pulito», e poi le tecnologie non fossili come il grande idroelettrico e il nucleare; anche se c'è un certo investimento nell'eolico. Per l'organizzazione ambientalista questo atteggiamento è controproducente perché la costruzione e l'esercizio dei grandi progetti idroelettrici, soprattutto nelle regioni tropicali, emette gas serra in quantità analoghe a quelle dei progetti termici, a parità di produzione energetica. Irn chiede dunque alla Banca di non sprecare denaro sussidiando i progetti fossili e di usare prestiti a basso interesse per l'energia rinnovabile pulita. Il documento della Banca non affronta il problema delle emissioni di Co2 provocate dalle scelte dei grandi inquinatori ricchi: collettivamente i paesi del G8 (Usa, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone e Russia), con il 13 % della popolazione mondiale sono responsabili del 45 % delle emissioni. E continuano a promuovere l'estrazione di combustibili fossili nei paesi in via di sviluppo attraverso le istituzioni internazionali e le agenzie di credito all'estero. Sono quindi doppiamente colpevoli: di un consumo esorbitante di energia e di sostenere l'aumento delle estrazioni di fossili. Ma siccome hanno commissionato il piano d'azione, la Banca a caval che ha donato non guarda in bocca.
 
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