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SANITA
Africa, tra medicine antiche e nuovi palazzi
Marinella Correggia
2006.10.05
La salute e l'alloggio sono classificati da tempo fra i basic needs, bisogni umani fondamentali. E sono due fronti sui quali il vecchio e il nuovo, tradizione e modernità, si confrontano continuamente. Facciamo due esempi per l'Africa. Nel pressoché sconosciuto regno dello Swaziland il 33% della popolazione sessualmente attiva è stato infettato dal virus dell'Hiv; un primato mondiale. Due terzi del milione di abitanti, inoltre, vivono con meno di 2 dollari al giorno. E ricorrono spesso ai medici tradizionali, non tanto per attaccamento alle radici quanto per le inefficienze del sistema sanitario e la mancanza di farmaci di sintesi, la cui domanda nel paese è del resto diminuita, per effetto della povertà. Rispetto al Sudafrica, dove le medicine tradizionali in confronto a quelle occidentali sono diventate argomento di discussione molto politicizzato, l'approccio del regno swazi nel combinare le une e le altre è molto «pragmatico»: le erbe costano meno e si trovano più facilmente. «Non è questione di preferire il vecchio al nuovo, o il contrario; si tratta piuttosto di trarre benefici da tutte le risorse che abbiamo a disposizione in questo periodo di emergenza», ha detto all'agenzia Irin News il dottor John Kunene, ex funzionario del Ministero della Sanità.
Così, il ministero della Sanità dello Swaziland ha predisposto un opuscolo sulle erbe medicinali, ampiamente distribuito, in cui afferma la validità dei vecchi rimedi e prescrive ad esempio l'aglio come antibatterico ed espettorante, utile nel trattamento di ipertensione, arteriosclerosi, dissenteria, raffreddore, febbre tifoide e catarro bronchiale. Da decenni la signora Gogo Shongwe, che è una inyanga, ovvero curatrice, prescrive rimedi a base di radici ed erbe; adesso però è incoraggiata a farlo dall'approvazione ufficiale dei rimedi tradizionali; spiega che non c'è nulla di nuovo nel prescrivere e nell'utilizzare eucalipto o aglio, ma adesso questo è scritto anche nei volantini che gli operatori sanitari di base danno alle persone. I suggerimenti non si riferiscono alla cura dell'insonnia o della cellulite; si tratta piuttosto di alleviare il dolore, e di trattare le patologie collegate all'Hiv/Aids. Per combattere l'anemia, frequente negli infettati dal virus, il volantino ministeriale suggerisce nella dieta lo spinacio indigeno chiamato umbhidvo insieme alle arachidi. Questo spinacio è ricco di ferro ed è praticamente una pianta infestante, che cresce nelle terre incolte sia urbane che rurali. La tisana di zenzero, pianta assai coltivata nel paese, è un rimedio antinausea per sieropositivi. E il mal di testa? Si massaggiano le tempie con un tritato di foglie di menta mescolato con qualche goccia di olio di mandorle. E via dicendo. Insomma, l'Aids dei poveri ha fatto il miracolo di avvicinare in modo sinergico pratiche occidentali e pratiche tradizionali. Una sorta di educazione alla salute e a quell'autocura comunitaria che contrariamente all'opinione comune sta scomparendo anche in molti paesi poveri. Anche e soprattutto per effetto dell'inurbamento.
E a proposito: la modernizzazione della capitale ruandese Kigali, sempre più affollata, non è indolore per i poveri. A migliaia sono stati costretti a lasciare le loro vecchie e spesso fatiscenti abitazioni, al posto delle quali stanno sorgendo come funghi alti palazzi. In sé la modernizzazione del tessuto urbano, decisa dopo il genocidio del 2004, è buona cosa, ma gli sfollati non hanno avuto una ricollocazione decente come promesso dalle autorità cittadine. La compensazione offerta non è sufficiente a costruire una nuova casa fuori città. Dunque le autorità municipali hanno cercato di risolvere il problema fornendo alloggi alternativi provvisori ad alcune decine di chilometri dal centro, ma senza le infrastrutture minime: acqua, elettricità, scuole, ospedali. Un giornale locale definisce «disastro per mano umana» questi agglomerati per sfrattati, che malversazioni dei fondi stanziati e negligenza nelle costruzioni hanno reso ghetti invivibili. E anche a loro modo costosi: per chi guadagna in un mese l'equivalente di 100 dollari, è una grossa spesa anche il biglietto del bus da prendere per arrivare in centro a vendere frutta o simili.
Kigali ha visto quadruplicare i suoi abitanti fra il 1991 e il 2002. Eppure, secondo un rapporto del governo ruandese nel 2002, il 90% degli 8,3 milioni di abitanti vive in aree rurali o piccoli centri (e un terzo delle famiglie aveva un capofamiglia donna, visto il genocidio del 1994). In Ruanda come in Burundi, il rapporto città-campagna pone uno specifico dilemma, perché la terra disponibile è pochissima e la densità di popolazione di 300 abitanti per chilometro quadrato rende difficili gli sforzi per la riduzione della miseria.
 
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