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AMBIENTE, PETROLIO
Il petrolio soffoca le lagune di Cuyabeno
Patrizia Cortellessa
2006.10.10
Il 18 agosto scorso una fuoriuscita di greggio dall'oleodotto della società petrolifera Petroecuador inquinò parte della Riserva di Produzione Faunistica Cuyabeno, nel nord-est del paese. Circa 1000 barili di petrolio si riversarono direttamente nel fiume Cuyabeno Chico, che alimenta il sistema di lagune (14, collegate tra di loro) che insieme formano la parte più importante della Riserva Cuyabeno. Si tratta di un'area protetta di foresta amazzonica unica al mondo: 603.800 ettari complessivi, di cui 430.000 dichiarati zona intoccabile. Proprio in quest'area si trova il sistema lagunare del Cuyabeno che, per le caratteristiche naturali, i numerosi endemismi, l'alta biodiversità (più di mille specie diverse di pesci, uccelli, anfibi e rettili vivono qui) i diversi ecositemi, viene considerata tra le zone naturalistiche più importanti al mondo.
L'impresa Petroecuador (più volte accusata di negligenza nelle sue operazioni) non solo tentò di occultare l'incidente, informando il Ministero dell'Ambiente e le comunità indigene di Puerto Bolivar e Tarapuy soltanto dopo tre giorni, ma cercò di rigettare ogni responsabilità, addebitando la causa del disastro a un presunto attentato compiuto da terzi. Diversa l'opinione delle popolazioni locali e dei gruppi ecologisti, convinti che la causa andasse ricercata nella cattiva manutenzione e vetustà dei tubi con cui veniva trasportato il greggio, la maggior parte dei quali di età superiore ai 25 anni. Il 24 agosto scorso, l'ispezione sul posto effettuata da personale Ucodep, dirigenti delle comunità di Siona de Puerto Bolivar, giornalisti di radio Sucumbios e dal personale del Ministero dell'Ambiente, constatava la gravità della contaminazione e l'insufficienza delle misure di contenimento adottate, contraddicendo di fatto la stessa Petroecuador che aveva assicurato di aver messo sotto controllo la fuoriuscita di greggio.
Niente di più falso, sembrerebbe. E la sottostima dell'entità della perdita da parte della compagnia petrolifera, unita al ritardo nella comunicazione, ha impedito di mettere subito in piedi un piano di emergenza adeguato, che avrebbe limitato gli effetti dell'inquinamento sull'ecosistema della Riserva Cuyabeno. Il risultato è stato invece una vera e propria catastrofe ambientale: tutta la vegetazione delle sponde del fiume Cuyabeno Chico e delle lagune è stata coperta dal petrolio, con conseguente minaccia di sopravvivenza per tutte le specie animali erbivore che si nutrono di quella vegetazione. Anche il 50 per cento della superficie dell'acqua risultava inquinata. A rischio pesci, lucertole, caimani, mammiferi acquatici come il delfino rosa, il delfino grigio e il manatì, tutte specie catalogate in pericolo di estinzione e il cui habitat risiede proprio in queste lagune.
In pericolo non solo gli animali, ma anche la sopravvivenza dei popoli indigeni della regione, le cui attività di sostentamento (turismo, caccia, pesca), si svolgono per lo più in quell'area inquinata.
«La riserva non sarà in ogni caso più come prima», ha sentenziato il responsabile ambientale della compagnia petrolifera, Lucy Ruiz. Come non darle torto, soprattutto alla luce delle notizie più recenti. Per le opere di bonifica (il cui costo ammonterebbe a circa 8 milioni di dollari) il governo ecuadoriano ha contrattato una società specializzata, la EcoVital, che ad agosto ha iniziato i lavori, come da consegna. Ma invece di riparare il danno, stando a quanto riferito dai media del paese alla luce di un rapporto redatto dalla Contraloria (che equivale alla nostra Corte dei Conti), sembra che la società abbia inflitto un ulteriore colpo all'ambiente, già martoriato, della zona, e per questo è stata sanzionata dal governo.
Quale è il fatto? I tecnici della società avrebbero ordinato di tagliare diversi ettari di foresta vergine per facilitare le manovre degli elicotteri incaricati di rimuovere il greggio fuoriuscito, causando «impatti irreversibili» sulle risorse bioetiche. Tale rapporto si conclude con l'affermazione che l'equipaggiamento utilizzato dalla EcoVital sarebbe «obsoleto». Equipaggiamento e macchinari forniti, guarda caso, dai tecnici della stessa società petrolifera di stato, la Petroecuador, oggetto d'accusa. E, ciliegina sulla torta, non sarebbe neanche la prima volta per la ecuadoriana EcoVital essere accusata di riparare disastri ecologici, provocando impatti peggiori degli incidenti chiamata a riparare.
L'impresa Petroecuador (più volte accusata di negligenza nelle sue operazioni) non solo tentò di occultare l'incidente, informando il Ministero dell'Ambiente e le comunità indigene di Puerto Bolivar e Tarapuy soltanto dopo tre giorni, ma cercò di rigettare ogni responsabilità, addebitando la causa del disastro a un presunto attentato compiuto da terzi. Diversa l'opinione delle popolazioni locali e dei gruppi ecologisti, convinti che la causa andasse ricercata nella cattiva manutenzione e vetustà dei tubi con cui veniva trasportato il greggio, la maggior parte dei quali di età superiore ai 25 anni. Il 24 agosto scorso, l'ispezione sul posto effettuata da personale Ucodep, dirigenti delle comunità di Siona de Puerto Bolivar, giornalisti di radio Sucumbios e dal personale del Ministero dell'Ambiente, constatava la gravità della contaminazione e l'insufficienza delle misure di contenimento adottate, contraddicendo di fatto la stessa Petroecuador che aveva assicurato di aver messo sotto controllo la fuoriuscita di greggio.
Niente di più falso, sembrerebbe. E la sottostima dell'entità della perdita da parte della compagnia petrolifera, unita al ritardo nella comunicazione, ha impedito di mettere subito in piedi un piano di emergenza adeguato, che avrebbe limitato gli effetti dell'inquinamento sull'ecosistema della Riserva Cuyabeno. Il risultato è stato invece una vera e propria catastrofe ambientale: tutta la vegetazione delle sponde del fiume Cuyabeno Chico e delle lagune è stata coperta dal petrolio, con conseguente minaccia di sopravvivenza per tutte le specie animali erbivore che si nutrono di quella vegetazione. Anche il 50 per cento della superficie dell'acqua risultava inquinata. A rischio pesci, lucertole, caimani, mammiferi acquatici come il delfino rosa, il delfino grigio e il manatì, tutte specie catalogate in pericolo di estinzione e il cui habitat risiede proprio in queste lagune.
In pericolo non solo gli animali, ma anche la sopravvivenza dei popoli indigeni della regione, le cui attività di sostentamento (turismo, caccia, pesca), si svolgono per lo più in quell'area inquinata.
«La riserva non sarà in ogni caso più come prima», ha sentenziato il responsabile ambientale della compagnia petrolifera, Lucy Ruiz. Come non darle torto, soprattutto alla luce delle notizie più recenti. Per le opere di bonifica (il cui costo ammonterebbe a circa 8 milioni di dollari) il governo ecuadoriano ha contrattato una società specializzata, la EcoVital, che ad agosto ha iniziato i lavori, come da consegna. Ma invece di riparare il danno, stando a quanto riferito dai media del paese alla luce di un rapporto redatto dalla Contraloria (che equivale alla nostra Corte dei Conti), sembra che la società abbia inflitto un ulteriore colpo all'ambiente, già martoriato, della zona, e per questo è stata sanzionata dal governo.
Quale è il fatto? I tecnici della società avrebbero ordinato di tagliare diversi ettari di foresta vergine per facilitare le manovre degli elicotteri incaricati di rimuovere il greggio fuoriuscito, causando «impatti irreversibili» sulle risorse bioetiche. Tale rapporto si conclude con l'affermazione che l'equipaggiamento utilizzato dalla EcoVital sarebbe «obsoleto». Equipaggiamento e macchinari forniti, guarda caso, dai tecnici della stessa società petrolifera di stato, la Petroecuador, oggetto d'accusa. E, ciliegina sulla torta, non sarebbe neanche la prima volta per la ecuadoriana EcoVital essere accusata di riparare disastri ecologici, provocando impatti peggiori degli incidenti chiamata a riparare.




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