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ETNIE
La nuova conquista dell'America
Patrizia Cortellessa
2006.10.19
Si è concluso a La Paz, in Bolivia, in coincidenza con il 514º anniversario dell'arrivo dei colonizzatori spagnoli in America, il primo incontro continentale dei popoli e delle nazionalità di Abya Yala (America, in lingua quechua). Alla presenza di centinaia di nativi appartenenti a diverse etnie di 15 paesi, dal Canada all'Argentina, in uno dei passaggi centrali del documento finale i partecipanti all'incontro hanno ricordato che: «Oltre 500 anni di oppressione e dominazione non sono riusciti a eliminarci. Abbiamo resistito alle politiche di invasione, distruzione e saccheggio, oggi chiamato neo-liberismo che ci impone lo sfruttamento delle nostre risorse naturali a beneficio delle aziende multinazionali, causando gravi conseguenze economiche, sociali e culturali, ai modi di vita dei popoli originari e al resto dell'umanità, oltre a madre natura».
Le organizzazioni dei nativi confermano il 12 ottobre come «Giornata della resistenza indigena» e rendono omaggio «alla memoria di 4 milioni di martiri massacrati dal 1492 ad oggi». La dichiarazione si conclude con l'appello alla partecipazione ai prossimi incontri continentali: il Forum sociale per l'integrazione dei popoli, in programma a dicembre a Cochabamba, e il vertice dei popoli di Abya Ayala, in Guatemala nel marzo 2007.
«I paesi invasori hanno un debito storico con noi», ricordano gli indigeni. Nulla di più vero. Dal 12 ottobre 1492 a oggi, infatti, per moltissime comunità indigene l'incubo della colonizzazione non è mai finito, con tutte gli strascichi del caso. A proposito «commemorazioni», ricordando la «scoperta dell'America» come il più grande genocidio della storia, l'Associazione per i Popoli Minacciati (Apm) fa presente che dei circa 2.000 popoli indigeni amazzonici oggi ne sopravvivono solo 400, con una popolazione complessiva di 1,5 milioni di persone.
Le minacce di oggi sono omicidi, intimidazioni, saccheggio delle risorse naturali, distruzione dell'habitat, deterioramento delle condizioni di vita e della salute. Chi paga, oggi come ieri, per i profitti delle multinazionali del petrolio sono in primo luogo le comunità indigene. Se nel passato era soprattutto la corsa all'oro a interessare i conquistatori, gli attuali interessi economici mirano alla ricchezza nella e della foresta, vale a dire il legname e le enormi riserve di greggio. E spesso i progetti delle multinazionali petrolifere vengono imposti con l'aiuto dei militari, come avviene in Ecuador, dove il conflitto stato/multinazionali del petrolio e popolazioni indigene riguarda direttamente i nativi di Sarayacu. Finora, nonostante gli omicidi e le pesanti minacce subite, facendo sempre riferimento al comunicato di Apm, le comunità in oggetto sono riuscite a difendere con successo le loro terre.
Le etnie Achuar, Quechua e Urarina, della provincia nordorientale di Loreto in Perù, in una lettera congiunta inviata al governo qualche giorno fa, hanno annunciato la loro opposizione agli ulteriori progetti di sfruttamento petrolifero sulla loro terra. E gli Achuar sono anche passati all'azione, occupando tre pozzi petroliferi nelle selve settentrionali del paese, appartenenti alla società petrolifera argentina «Pluspetrol», accusata dagli stessi Achuar di riversare nelle acque del fiume Corrientes migliaia di litri di acqua di scarto della produzione di petrolio contenente idrocarburi, minerali, additivi chimici e metalli, mettendo a rischio la salute degli abitanti e l'ambiente.
Non è un caso isolato, purtroppo. E' dal 1970 che le multinazionali petrolifere Occidental, Petroperu e Pluspetrol estraggono petrolio in questa zona, senza nessun rispetto per gli accordi in precedenza stipulati a tutela dell'approvvigionamento alimentare e dell'acqua potabile. Recentemente, senza tener conto del parere contrario delle popolazioni locali, il governo sembra aver concesso ulteriori licenze alle multinazionali statunitensi e canadesi Burlington Resources e Prolifera. La presa di possesso da parte degli Achuar dei pozzi nel giacimento «Lote 1ab», con 28.000 barili di greggio al giorno prodotti, avvenuta «in modo pacifico» secondo quanto riferito dalla stessa Pluspetrol, sembra aver ottenuto un primo risultato: la parziale sospensione delle attività estrattive nella zona onde evitare, secondo quanto dichiarato dalla stessa società, «possibili situazioni di tensione».
 
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