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AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE
Terra Madre, il mondo dei produttori
Karima Isd
2006.10.27
Maysan Hamid, occhi arabi e aria stanca, ha portato la bandiera dell'Iraq fra le 148 che hanno sfilato ieri a Torino durante la cerimonia introduttiva solenne e colorata di Terra Madre, incontro mondiale fra 1.600 comunità mondiali del cibo. Cinquemila produttori - contadini, allevatori, pescatori, artigiani della trasformazione - con 400 rappresentanti del mondo della ricerca e mille cuochi.
Anche Maysan è cuoca ma dove ora vive, a Baghdad, non può certo fare il suo lavoro; cucinerà qui, per questi giorni. Non ci sono i produttori di datteri dell'Iraq, un tempo primo produttore mondiale, con decine di varietà; non c'è nessuno dalla Corea del Nord. Ma è consolante vedere ben diciassette gruppi dal Libano, e dall'Afghanistan i produttori di uvetta, pistacchi, olio, e dallo Sri Lanka i coltivatori dei giardini di spezie eque - trionfo di biodiversità - in ripresa netta dopo lo tsunami. Gli applausi più lunghi sono stati per le bandiere libanesi, palestinesi, cubane e brasiliane, da parte dei protagonisti del cibo «buono, giusto e sano», per dirla con l'ultimo libro di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, il movimento ormai multinazionale che ha inventato Terra madre la cui prima edizione di è svolta nel 2004, sempre a Torino.
Cos'è una comunità del cibo? E' una filiera allargata e locale che va dai selezionatori di sementi (seed savers) fino appunto ai cuochi e agli studiosi, senza dimenticare i numerosi raccoglitori di frutti ed erbe spontanee. Il cibo come sapore e come sapere, di piccola scala e alta qualità, ha bisogno di tutte queste abilità e figure professionali intrecciate per essere risorsa economica, ambientale, sociale e culturale. E ne ha bisogno il futuro dell'agricoltura e del cibo; dunque della vita, in Occidente come nel Sud del mondo.
Ecco alcune delle comunità fra quelle contadine e di raccolta (voglia di conoscerle tutte... fortunate le famiglie piemontesi che hanno accolto gli ospiti stranieri). Ecco qua: produttori rastafariani di cibo ital dalla Giamaica; studenti contadini di Miami; raccoglitori di frutti selvatici del Canada e del Kirghizstan; produttori di cachi essiccati del Giappone, coltivatori maori di ortaggi dalla Nuova Zelanda; raccoglitori di erbe della valle libanese Adonis; monaci birrai del New Mexico; raccoglitori Mapuche di mirtilli palustri dal Cile, fornarette di San Javier in Bolivia; panettieri della Finlandia; coltivatori di riso rosa del Madagascar, coltivatori di ortica della Rift Valley in Kenya; raccoglitori di mango selvatico del Gabon; produttori di «gradi del paradiso» in Camerun; promotrici dei prodotti della foresta in Burkina Faso; produttori di felce salata in Russia; coltivatori di piante officinali nei parchi, Sicilia.
E da Cuba...i produttori di macchine agricole. Più sanguigni gli allevatori e i pescatori: caimani dell'Argentina, aragoste statunitensi, entomofagi di Bobo Dioulasso (Burkina), presidio dell'agnello di Zeri e dell'asino ragusano (da carne?).
Fino a lunedì, si incontreranno in molti seminari, tematici e per aree geografiche. E fino ad allora, questa rubrica terraterra si trasferirà a terramadre, per rendere conto delle mille storie di chi nel mondo produce (buon) cibo.
Aminata Traoré, ex ministro del Mali e promotrice del progetto di ristrutturazione dell'antico mercato ortofrutticolo di Bamako (un esempio di quei mercati contadini che la Fondazione Slow Food finanzia, insieme ai presidi per la valorizzazione della biodiversità e agli scambi fra produttori), ha ripetuto che svincolandosi dalle catene dei potenti si può lottare per un «mercato dal volto umano capace di imporre democrazia e diritti». Ha detto Petrini: «Ci chiedevano: cosa state a pensare a questi attori marginali, arcaiche forme di sussistenza? E invece è la dignità dell'economia locale così creativa che ci consentirà di realizzare quel che oggi è diventato un ossimoro: lo sviluppo sostenibile». Ha ricordato la «vergogna di un paese che rende schiavi cittadini immigrati da altri paesi», l'attuale presidente di Slow Food International, e la follia di un «consumo caratterizzato da velocità, abbondanza e spreco».
Ceto in questo genere di eventi il consumismo è quasi sempre un po' presente; se non altro sotto forma dell'abbondante produzione di plastica monouso che, ricorda l'involucro della salvietta detergente distribuita a chi entra al contiguo Salone del Gusto, «se lasciata negli appositi contenitori diventerà energia elettrica» (grazie a un inceneritore, si presume). Per fortuna alcuni visitatori si sono dotati del bicchiere di vetro con tanto di contenitore a tracolla, per degustazioni senza rifiuti.
 
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