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AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE
Il futuro dei semi a Terra Madre
Marina Forti
2006.10.28
C'è chi discute di quanti infiniti modi esistono per fare il pane (i pani), chi della sorte dei piccoli produttori di caffè, chi illustra il «giardino polivalente» come sistema agricolo integrato e chi discute di tecniche agricole - tante e diverse quanti sono i tipi di terreni e i climi del pianeta. C'è tutto questo a Terra Madre, il secondo incontro internazionale delle «comunità del cibo» in corso al Lingotto, a Torino, accanto al Salone del Gusto. Questa seconda creatura di Slow Food però non è solo celebrazione dei piccoli produttori di cibo e della vita agropastorale (benché in parte lo sia). In qualche modo, Terra Madre è un risvolto politico di tutta l'impresa di Slow Food: perché tra un produttore di uvette di Herat in Afghanistan e una cooperativa di produttrici di burro di karité del Mali, qui si parla di accesso del mercato per i piccolo produttori, di battaglie contro l'agricoltura transgenica, di conservazione della biodiversità. E' qui dunque che ieri la Commissione Internazionale per il Futuro dell'Alimentazione e dell'Agricoltura ha presentato un suo Manifesto sul futuro dei semi. Per farlo è arrivata Vandana Shiva, l'ecologa indiana nota in occidente per i suoi pamphlet contro la Rivoluzione Verde o contro i brevetti sulle specie viventi.
Il Manifesto sul futuro dei semi è il distillato delle idee ed esperienze di migliaia di gruppi sparsi per il mondo, ha spiegato Vandana Shiva (che ne stata la promotrice della Commissione insieme al presidente della Regione Toscana Claudio Martini e a una rete internazionale di illustri ecologi e scienziati tra cui Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food). La premesa è ampiamente condivisa dal pubblico di Terra Madre: «I semi sono l'inizio di tutto», dice la scienziata indiana, «il primo anello della catena alimentare, segno della diversità biologica e garanzia di sicurezza alimentare per gli agricoltori. Ma i semi sono stati colonizzati: ridotti a merce brevettata da ricomprare ogni anno, una risorsa rinnovabile trasformata in merce non rinnovabile, fonte di povertà e indebitamento degli agricoltori e della terra». La prima parte del documento dunque tratta della «diversità della vita e delle colture minacciate». Il caso dell'Argentina, illustrato ieri dal ricercatore ambientalista Walter Alberto Pengue, illustra bene il problema: nei primi anni '90 nel paese sudamericano è stata incentivato il passaggio all'agricoltura intensiva (trasferendo l'allevamento e ogni attività su piccola scala su terre marginali) e dal '96 è stato letteralmente invaso dalla soja transgenica: la Roundup Ready dalla Monsanto, geneticamente modificata per resistere al diserbante Roundup, cioè glifosato. Gli argentini la chiamano la «sojizzazione», «un processo inedito nella storia dell'agricoltura ovunque per la velocità con cui la soja ogm ha sostituito ogni altra coltivazione». I grandi coltivatori sono stati incentivati offrendo loro sementi a prezzi ribassati e dilazioni nelle royalties, spiega l'agronomo argentino, anche se ora Monsanto chiede il conto. Risultato: le campagne sono trasformate in spianate dove cresce soja a perdita d'occhio, 15 milioni di ettari (e la frontiera si espande su terre vergini), 44 milioni di tonnellate di soja l'anno, per il 98% esportata (soprattutto in Europa per l'allevamento di bestiame): «L'Argentina non consuma soja, anche se ora stanno cercando di promuoverla come alimento per i poveri». Tutto questo significa «la privatizzazione della ricerca scientifica e tecnologica» e il contrario dell'autosufficenza degli agricoltori, avverte Pengue: «Ma il modello dell'agricoltura industriale è fortissimo, noi che parliamo di piccoli produttori e sistemi integrati siamo un David contro Golia: dovremo essere molto rigorosi nel sostenere le nostre ragioni scientifiche per non soccombere».
A disastri come quello argentino bisogna opporre «un nuovo paradigma dei semi», spiega Vandana Shiva, basato sulla libertà degli agricoltori di conservare i semi («con il sistema dei brevetti conservare diventa un reato contro la proprietà intellettuale»). Il Manifesto sul futuro dei semi dunque preconizza una nuova «legge dei semi»: fondata sui principi della biodiversità invece che dell'uniformità, della diversità delle specie e delle varietà, diversità nelle relazioni tra i produttori, diversità delle colture. Bisogna affermare «la libertà dei semi: libertà dalla privatizzazione, dai brevetti, dalla biopirateria», continua Shiva: bisogna affermare per i semi il principio dell'open source, la libertà di riprodurre, migliorare, scambiare, conservare semi. «Il Manifesto», conclude la signora in sari, afferma un altro principio: che «le donne sono le protagoniste della biodiversità, e che ogni uomo è benvenuto ad aggiungersi a noi». Una Terra Madre essenzialista...
 
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