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COMMERCIO,COOPERAZIONE
Il caffé Starbucks ricatta l'Etiopia
Marina Forti
2006.11.07
L'Etiopia è uno dei paesi più poveri del mondo, ha un prodotto interno lordo di 8 miliardi di dollari e l'80% dei suoi 76 milioni di abitanti vive con meno di 2 dollari al giorno (un quarto vive con meno di un solo dollaro quotidiano). Starbucks Coffee invece è forse la più nota catena statunitense di caffé, ha inventato una formula ormai esportata in tutto il mondo, ha avuto un fatturato di 7,8 miliardi di dollari nell'anno concluso a ottobre 2006 (un aumento del 22% rispetto al 2005). In altre parole, Starbucks fattura ogni anno poco meno dell'intero prodotto interno lordo etiopico. Non si capirebbe altrimenti come una singola azienda riesca a tiranneggiare un stato.
«Tiranneggiare» in effetti è il termine usato dall'organizzazione umanitaria Oxfam per descrivere il braccio di ferro che oppone la catena di caffé americana e il governo di Addis Abeba. La questione: l'anno scorso l'Etiopia, paese produttore di caffé, ha avviato le pratiche presso l'Ufficio dei brevetti degli Stati uniti per far riconoscere il trademark (marchio di origine) sulle sue tre più rinomate varietà di caffé, le varietà Sidamo, Harar e Yirgacheffe. Una volta riconosciuta questa forma di proprietà intellettuale, l'Etiopia potrebbe vendere il suo caffé a condizioni più vantaggiose: per i coltivatori sarebbe un reddito extra del 25% - circa 88 milioni di dollari in più all'anno. Solo che la pratica è stata respinta: e secondo Oxfam è stata proprio Starbucks a usare tutto il suo potere per bloccare la richiesta di copyright avanzata da Addis Abeba.
La richiesta dell'Etiopia all'Ufficio americano di brevetti risale a un anno fa; il governo etiopico ha usato la consulenza di uno studio di Washington specializzato in proprietà intellettuale. E' risultato però che un anno prima, nel 2004, Starbucks aveva chiesto che gli fosse riconosciuto il marchio «Sidamo»: così l'Ufficio dei brevetti ha respinto la domanda etiopica perché il nome era già oggetto di una domanda analoga. La richiesta di Starbucks è decaduta nel giugno di quest'anno: a quel punto però la National Coffee Association degli Stati uniti (associazione di categoria di cui Starbucks è tra i membri principali) ha avanzato formali obiezioni alla domanda di Addis Abeba. Oxfam ha sentito dei rappresentanti della National Coffee Association: hanno ammesso di aver fatto quelle obiezioni su esplicita richiesta di Starbucks.
La storia è in qualche modo esemplare. Le regole internazionali sul commercio codificate dal Wto danno grande importanza a marchi e brevetti, al punto che la proprietà intellettuale ormai rappresenta una parte considerevole del valore del commercio mondiale. L'Etiopia in fondo è stata al gioco: è il paese di origine del caffé, ha tre varietà originali, e quel trademark potrebbe aumentare il valore commerciale di ciò che esporta.
Per l'Etiopia, il caffé fa tra il 40 e il 50% del reddito da esportazioni; 15 milioni di cittadini etiopi dipendono dal commercio del caffé. Negli Stati Uniti, «i caffé Sidamo e Harar si vendono nei negozi a 26 dollari la libbra (circa mezzo chilo) perché sono considerati caffé speciali; ma i coltivatori etiopi guadagnano solo da 60 centesimi e 1,10 dollari per il loro caffé, appena abbastanza da coprire il costo di produzione», spiega Tadesse Meskela, capo dell'Unione cooperativa Oromia di coltivatori di caffé in Etiopia (citato da Oxfam, 26 ottobre). Se il marchio commerciale fosse riconosciuto negli Stati uniti (come lo è già in Europa e in Canada), i contadini etiopi potrebbero vendere un po' meglio il loro caffé speciale («mentre quei pochi centesimi in più la libbra pagati ai produttori non inciderebbero più di tanto sui profitti di Starbucks», fa notare Oxfam).
Le regole però sono una cosa e il potere è un'altra. Addis Abeba, consigliata dai consulenti legali di Washington, ha proposto un compromesso: Starbucks firmi un accordo che riconosce all'Etiopia la proprietà del nome dei suoi caffé. In fondo, l'azienda di Seattle si è data molte arie «equo-solidali» negli ultimi tempi e nel 2004 ha firmato un accordo di cooperazione con Oxfam per sostenere i produttori di caffé etiopi. Per questo ora Oxfam parla di «passi indietro» e chiede a Starbucks di accettare la proposta etiopica.L'azienda però è su una linea di chiusura: «Oxfam ... deve mettere fine alla sua campagna», dice un comunicato stampa del 2 novembre. L'azienda di Seattle dice che la campagna condotta da Oxfam è «sbagliata» e «non aiuterà i coltivatori etiopi. In effetti potrebbe danneggiarli, se gli stabilimenti di tostatura smettessero di comprare i caffé dall'Etiopia». Una minaccia neppure troppo velata, a cui ribatte Oxfam (in un comunicato del 3 novembre): «Starbuck deve smettere di tiranneggiare i poveri».
 
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