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AMBIENTE, PETROLIO
Il «credito ambientale» del Venezuela
Marizen
2006.12.20
Era il 1914, la vigilia della prima guerra mondiale, quando le società petrolifere più potenti dell'epoca iniziarono le loro attività estrattive nell'immesa conca del lago Maracaibo, area nord occidentale del Venezuela. Erano la Royal Duth Shell; la Standard Oil (oggi Exxon) del vecchio John Rockefeller e la Gulf (che nel 1984 è stata acquistata dalla Chevron che a sua volta si è fusa con la Texaco nel 2001). Da allora, e per oltre mezzo secolo, queste trasnazionali hanno continuato a sfruttare le risorse petrolifere venezuelane presenti nella conca del lago Maracaibo, collegato da un canale al Mar dei Carabi, in maniera selvaggia e irresponsabile in quanto a rispetto ambientale.
Il primo incidente si verificò nel dicembre del 1922, con l'esplosione del pozzo Barroso2 situato nelle vicinanze della cittadina di Cabimas, in località Santa Rosa. Per nove giorni consecutivi oltre 100 mila barili di greggio si riversarono sul territorio circostante, il pozzo si trovava in prossimità di una piccola gola dove si formò un fiume di petrolio che raggiunse il lago Maracaibo, a poca distanza da Punta Icotea, ricoprendolo con una enorme macchia e danneggiando irreversibilmente la fauna ittica. All'epoca nessuno protestò, mentre per un incidente simile, causato dalla Exxon Valdez in Alaska nel marzo del 1989, l'impresa è stata condannata a pagare un indennizzo per danni ambientali del valore di 7000 milioni di dollari.
Ma quello del Barroso 2 fu solo il primo di tanti altri incidenti nell'area del lago Maracaibo (dove tra l'altro furono sperimentate per la prima volta le tecniche di perforazione in acqua), provocando gravi danni e squilibri ambientali. Oggi gli ambientalisti venezuelani considerano quei danni un «debito ambientale» accumulato dalle multinazionali del settore petrolifero nei confronti del paese. Danni provocati non solo dagli incidenti cosiddetti «gravi» ma anche dalle operazioni industriali «normali», tra cui le perforazioni, le detonazioni, il mantenimento dei pozzi e la pulitura delle cisterne. In meno di venti anni le imprese petrolifere citate ricoprirono la conca del Lago Maracaibo con tracciati quadricolari di canali per le prospezione, oleodotti e gasdotti, senza alcun tipo di considerazione per l'ambiente circostante, per un totale di 24 mila chilometri di tubature; sono arrivate a contare su 450 stazioni di flusso e pompaggio del greggio, su un'intera flotta di cisterne, chiatte, lance, rimorchiatori e ogni tipo di imbarcazione adatta all'attività estrattiva.
A distanza di quasi un secolo, gli ambientalisti venezuelani si chiedono quanto petrolio - suoi derivati e sostante tossiche associate alla ricerca (perforazione, produzione e trasporto)- hanno riversato queste trasnazionali nel lago Maracaibo, e nei corsi e specchi d'acqua dell'intera conca, tra il 1914 e il 1975. Quante decine di migliaia di fosse o depositi di rifiuti tossici (prodotti corrosivi, acqua di produzione con una salinità sei volte maggiore a quella del mare, metalli pesanti e residui di idrocarburi) provenienti dalle perforazioni hanno lasciato lungo e largo la conca, contaminando per sempre terra e acque. Quante migliaia di ettari di boschi e di selva vergine hanno distrutto o danneggiato per sempre, condannando all'estinzione molte specie di flora e fauna. Per permettere l'ingresso delle enormi cisterne, le imprese tra l'altro avevano dragato in profondità il canale che dal mare arriva al lago, favorendo così il flusso di grandi quantità di acqua marina che ha alterato per sempre le condizioni dell'ecosistema lacustre. Una situazione che, unita ai processi di contaminazione già descritti, ha determinato l'estinzione di oltre l'80 per cento della fauna autoctona del lago (pesci, mammiferi e rettili spesso endemici dell'area).
Nei giorni in cui il Venezuela di Chavez parla di riforma costituzionale, gli ambientalisti venezuelani hanno preso spunto dal Comprehesive environmental response, compensation, an liability act - lo strumento legale di cui gli Stati uniti si sono dotati per rendere effettiva, anche in forma retroattiva, la responsabilità di singoli o imprese che hanno contaminato spazi o depositato residui pericolosi nell'ambiente - e sperano nella modifica dell'articolo 24 della Carta magna, in modo che le multinazionali del petrolio siano obbligate a pagare il loro «Debito ambientale» alla Repubblica del Venezuela.
Il primo incidente si verificò nel dicembre del 1922, con l'esplosione del pozzo Barroso2 situato nelle vicinanze della cittadina di Cabimas, in località Santa Rosa. Per nove giorni consecutivi oltre 100 mila barili di greggio si riversarono sul territorio circostante, il pozzo si trovava in prossimità di una piccola gola dove si formò un fiume di petrolio che raggiunse il lago Maracaibo, a poca distanza da Punta Icotea, ricoprendolo con una enorme macchia e danneggiando irreversibilmente la fauna ittica. All'epoca nessuno protestò, mentre per un incidente simile, causato dalla Exxon Valdez in Alaska nel marzo del 1989, l'impresa è stata condannata a pagare un indennizzo per danni ambientali del valore di 7000 milioni di dollari.
Ma quello del Barroso 2 fu solo il primo di tanti altri incidenti nell'area del lago Maracaibo (dove tra l'altro furono sperimentate per la prima volta le tecniche di perforazione in acqua), provocando gravi danni e squilibri ambientali. Oggi gli ambientalisti venezuelani considerano quei danni un «debito ambientale» accumulato dalle multinazionali del settore petrolifero nei confronti del paese. Danni provocati non solo dagli incidenti cosiddetti «gravi» ma anche dalle operazioni industriali «normali», tra cui le perforazioni, le detonazioni, il mantenimento dei pozzi e la pulitura delle cisterne. In meno di venti anni le imprese petrolifere citate ricoprirono la conca del Lago Maracaibo con tracciati quadricolari di canali per le prospezione, oleodotti e gasdotti, senza alcun tipo di considerazione per l'ambiente circostante, per un totale di 24 mila chilometri di tubature; sono arrivate a contare su 450 stazioni di flusso e pompaggio del greggio, su un'intera flotta di cisterne, chiatte, lance, rimorchiatori e ogni tipo di imbarcazione adatta all'attività estrattiva.
A distanza di quasi un secolo, gli ambientalisti venezuelani si chiedono quanto petrolio - suoi derivati e sostante tossiche associate alla ricerca (perforazione, produzione e trasporto)- hanno riversato queste trasnazionali nel lago Maracaibo, e nei corsi e specchi d'acqua dell'intera conca, tra il 1914 e il 1975. Quante decine di migliaia di fosse o depositi di rifiuti tossici (prodotti corrosivi, acqua di produzione con una salinità sei volte maggiore a quella del mare, metalli pesanti e residui di idrocarburi) provenienti dalle perforazioni hanno lasciato lungo e largo la conca, contaminando per sempre terra e acque. Quante migliaia di ettari di boschi e di selva vergine hanno distrutto o danneggiato per sempre, condannando all'estinzione molte specie di flora e fauna. Per permettere l'ingresso delle enormi cisterne, le imprese tra l'altro avevano dragato in profondità il canale che dal mare arriva al lago, favorendo così il flusso di grandi quantità di acqua marina che ha alterato per sempre le condizioni dell'ecosistema lacustre. Una situazione che, unita ai processi di contaminazione già descritti, ha determinato l'estinzione di oltre l'80 per cento della fauna autoctona del lago (pesci, mammiferi e rettili spesso endemici dell'area).
Nei giorni in cui il Venezuela di Chavez parla di riforma costituzionale, gli ambientalisti venezuelani hanno preso spunto dal Comprehesive environmental response, compensation, an liability act - lo strumento legale di cui gli Stati uniti si sono dotati per rendere effettiva, anche in forma retroattiva, la responsabilità di singoli o imprese che hanno contaminato spazi o depositato residui pericolosi nell'ambiente - e sperano nella modifica dell'articolo 24 della Carta magna, in modo che le multinazionali del petrolio siano obbligate a pagare il loro «Debito ambientale» alla Repubblica del Venezuela.





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