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ALIMENTAZIONE, COMMERCIO
Il caffé illegale di Sumatra imbarazza Nestlé
Marina Forti
2007.01.20
Starbuks Coffee nega, Nestlé è «dispiaciuta», Kraft è «allarmata». Altre note aziende multinazionali tacciono, imbarazzate. Causa dell'imbarazzo e delle smentite è la denuncia lanciata dal Wwf, l'organizzazione ambientalista internazionale: queste aziende hanno comprato, più o meno consapevoli, caffé coltivato illegalmente in due importanti aree protette di Sumatra, in Indonesia.
E' una delle forme che assume la deforestazione nell'arcipelago indonesiano. Il Wwf e Flora and Fauna International, organizzazioni che hanno corrispondenti in Indonesia, denunciano che decine di migliaia di ettari di foresta vergine in due parchi nazionali di Sumatra sono stati rasi al suolo per creare grandi coltivazioni di caffé della varietà «robusta». Sono i parchi di Bukit Barisan Selatan e Kerinci Seblat; in tutto, 45 mila ettari di foresta sono scomparsi. Circa 15mila coltivatori locali lavorano all'interno dei due parchi, sostiene il Wwf. Gli attivisti che hanno lavorato per documentare lo scempio parlano di impresari che portano interi autobus carichi di uomini dalla vicina città di Lampung, il capoluogo provinciale, per metterli a lavorare a ripulire la foresta prima, e poi a piantare il caffé. I grani raccolti nelle piantagioni «pirata» finiscono poi nei magazzini che raccolgono anche dai produttori «legali»: a quel punto distinguere sarà impossibile.
Lampèung è una delle due province di Sumatra meridionale che insieme fanno il 70% dell'export di caffé indonesiano. E 45 mila ettari significa un'attività su larga scala, che difficilmente può sfuggire alle autorità: così è ovvio sospettare una rete di complicità e corruzione.
Gli ambientalisti locali sospettano in particolare che nella coltivazione nei due parchi nazionali sia coinvolto almeno un membro della Indonesian Coffee Exporters Association, l'associazione degli esportatori di caffé indonesiani. Il segretario esecutivo dell'associazione, Rachim Kartabrata, nega: «Siamo un'associazione di esportatori, non di produttori o commercianti, dunque dubito che sia possibile» (al Financial Times, 18 gennaio). Però ammette che mescolare il caffé prodotto illegalmente con quello regolare è facilissimo: «Tutto il caffé prodotto in quella provincia è raccolto in pochi grandi magazzini, così al momento in cui viene esportato è difficile conoscerne la precisa provenienza». Spetta alle autorità far rispettare le norme sull'uso delle terre, conclude. D'altra parte, fanno notare gli esperti, il mercato del caffé è ottimo e la varietà «robusta» in particolare ha quadruplicato il prezzo nell'ultimo anno e mezzo. Così quelle decine di migliaia di ettari di coltivazioni sono un gran buon affare, per gli impresari illegali.
Le aziende multinazionali? non che loro siano responsabili della coltivazione illegale, beninteso: ma la denuncia del Wwf le chiama in causa perché alla fine sono loro a comprare quel caffé. Starbuck, l'azienda che ha sede a Seattle, giovedì ha smentito l'accusa attraverso un comunicato del suo partner indonesiano: dice che compra solo la varietà «arabica», dunque non può aver comprato il «robusta» coltivato nei parchi nazionali. Nestlé invece compra caffé «robusta» a Lampung, e ammette: potrebbe aver conprato anche quello. «Nestlé non compra mai consapevolmente caffé di fonte dubbia. L'azienda però ammette la difficoltà di determinare l'origine precisa di ogni sacco di caffé che è passato attraverso diverse mani prima di arrivare al nostro compratore», ha detto il capo delle relazioni pubbliche di Nestlé Indonesia (al quotidiano Jakarta Post, ieri).
Secondo alcuni esperti (citati dal Financial Times), i compratotri multinazionali non fanno abbastanza per assicurarsi che gli stock acquistati vengano da fonti legittime. E' il problema della «tracciabilità», sapere da dove viene ogni partita del prodotto acquistato. Nestlé compra ogni anno circa 12mila tonnellate di caffé a Lampung, per farne la sua bevanda solubile. In generale, Nestlé afferma di comprare il 14% del suo caffé direttamente dai produttori (il resto via intermediari), e questo ne fa il più grande compratori diretto di caffé al mondo. Ma anche così, è impossibile escludere che acquisti anche roba prodotta illegalmente. Il presidente dell'Associazione degli esportatori di caffé della provincia di Lampung, Suherman Harsono, insiste: la sua associazione non può controllare se ciò che compra è prodotto illegalmente in zone protette - ma ammette di essere consapevole che molti coltivatori lavorano dentro le aree protette: «Non c'è un modo per distinguere tra grani di caffé legittimi e non. Ma le autorità devono saperne molto più di noi», dice(al Jakarta Post).
 
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