terra terra
ALIMENTAZIONE
Proteggere le selvatiche
Marinella Correggia
2007.03.07
«Ci piace considerarle ancora un bene comune. Finché altri le chiamano infestanti e le stradicano, non sono ancora diventate merci». Questa l'idea guida del corso Valorizzazione delle erbacce a scopo alimentare o di autocura, realizzato da un gruppo di donne sabine riunite nell'associazione I germogli. Simili iniziative, ormai numerose in Italia, rievocano il mestiere più antico del mondo: la raccolta spontanea, tuttora ampiamente praticata per ragioni di sopravvivenza in tante aree del pianeta ma non solo; basti pensare che il tarassaco o dente di leone in Svizzera è quasi un piatto nazionale, offerto in molti ristoranti come parte di menù ricercati e tradizionali al tempo stesso.
Ma che cosa succede quando le erbe spontanee, non coltivate, sono appunto scoperte come merci e, andando ben oltre la raccolta per l'autoconsumo locale, diventano oggetto di utilizzo industriale-farmaceutico e commercio internazionale: merci, appunto? Succede che parte delle oltre 50 mila specie di piante usate nella medicina tradizionale e moderna arrivano a rischiare l'estinzione. La maggior parte di quelle specie, infatti, non sono coltivate ma raccolte in natura, il che fornisce un reddito a molte popolazioni rurali soprattutto dei paesi impoveriti (un reddito certo infinitamente inferiore a quello delle industrie e compagnie che da quei principi attivi ricavano costosissimi farmaci). Ma se assume ritmi insostenibili, la raccolta diventa per le piante una minaccia che si aggiunge alla scomparsa degli habitat naturali, a causa della deforestazione o dell'inquinamento degli ecosistemi. Ecco perché un nuovo Standard per la promozione della sostenibilità nella gestione e nel commercio di piante spontanee medicinali e aromatiche (Issc-Map) è stato messo a punto dal Gruppo di specialisti in piante medicinali dell'Iucn (World Conservation Union), la più importante organizzazione conservazionista al mondo; ne fanno parte 82 stati, 111 agenzie governative, più di 800 organizzazioni non governative e circa diecimila scienziati ed esperti di 181 paesi, in un partenariato mondiale.
Il commercio internazionale di piante medicinali e aromatiche raggiunge le 400.000 tonnellate annue e per l'80 per cento si tratta appunto di selvatiche. Il nuovo Standard fornisce principi e criteri per rispondere a un bisogno urgente: fornire all'industria di trasformazione, al commercio e agli stessi raccoglitori le linee guida necessarie affinché questo prezioso regalo della natura non sia sovrasfruttato. In India, per esempio, sono almeno 300 le specie inserite nella lista rossa Iucn delle minacciate di estinzione. Commercianti e compagnie, raccoglitori e consumatori devono condividere la responsabilità di mantenere in vita le popolazioni vegetali. Una volta che saranno accettati e applicati, i nuovi criteri Issc-map potranno diventare uno strumento per la conservazione e anche per migliorare la sicurezza economica dei raccoglitori.
Ma qui si pone un altro problema: la biopirateria internazionale. Ovvero la brevettazione da parte di multinazionali di piante selvatiche, dei loro principi attivi ed effetti medicinali, anche in presenza di antiche conoscenze indigene in materia. La Convenzione Onu sulla biodiversità del 1992 stabilisce fra il principio della ripartizione dei benefici. Ma è continuamente violata. Ricordiamo il rapporto Out of Africa: Mysteries of Access and Benefit Sharing, pubblicato l'anno scorso (terra terra ne ha parlato il 30 maggio 2006): forniva abbondante materiale per mettere in discussione i brevetti ottenuti da compagnie straniere in 36 casi di medicine, cosmetici e prodotti agricoli derivati da piante terrestri o marine, oltre che da microbi. Di questo uso industriale e relativo brevetto, i paesi d'origine e le comunità protagoniste di un uso storico dei relativi principi attivi non erano stati nemmeno informati. Altro che equa condivisione.
Ma che cosa succede quando le erbe spontanee, non coltivate, sono appunto scoperte come merci e, andando ben oltre la raccolta per l'autoconsumo locale, diventano oggetto di utilizzo industriale-farmaceutico e commercio internazionale: merci, appunto? Succede che parte delle oltre 50 mila specie di piante usate nella medicina tradizionale e moderna arrivano a rischiare l'estinzione. La maggior parte di quelle specie, infatti, non sono coltivate ma raccolte in natura, il che fornisce un reddito a molte popolazioni rurali soprattutto dei paesi impoveriti (un reddito certo infinitamente inferiore a quello delle industrie e compagnie che da quei principi attivi ricavano costosissimi farmaci). Ma se assume ritmi insostenibili, la raccolta diventa per le piante una minaccia che si aggiunge alla scomparsa degli habitat naturali, a causa della deforestazione o dell'inquinamento degli ecosistemi. Ecco perché un nuovo Standard per la promozione della sostenibilità nella gestione e nel commercio di piante spontanee medicinali e aromatiche (Issc-Map) è stato messo a punto dal Gruppo di specialisti in piante medicinali dell'Iucn (World Conservation Union), la più importante organizzazione conservazionista al mondo; ne fanno parte 82 stati, 111 agenzie governative, più di 800 organizzazioni non governative e circa diecimila scienziati ed esperti di 181 paesi, in un partenariato mondiale.
Il commercio internazionale di piante medicinali e aromatiche raggiunge le 400.000 tonnellate annue e per l'80 per cento si tratta appunto di selvatiche. Il nuovo Standard fornisce principi e criteri per rispondere a un bisogno urgente: fornire all'industria di trasformazione, al commercio e agli stessi raccoglitori le linee guida necessarie affinché questo prezioso regalo della natura non sia sovrasfruttato. In India, per esempio, sono almeno 300 le specie inserite nella lista rossa Iucn delle minacciate di estinzione. Commercianti e compagnie, raccoglitori e consumatori devono condividere la responsabilità di mantenere in vita le popolazioni vegetali. Una volta che saranno accettati e applicati, i nuovi criteri Issc-map potranno diventare uno strumento per la conservazione e anche per migliorare la sicurezza economica dei raccoglitori.
Ma qui si pone un altro problema: la biopirateria internazionale. Ovvero la brevettazione da parte di multinazionali di piante selvatiche, dei loro principi attivi ed effetti medicinali, anche in presenza di antiche conoscenze indigene in materia. La Convenzione Onu sulla biodiversità del 1992 stabilisce fra il principio della ripartizione dei benefici. Ma è continuamente violata. Ricordiamo il rapporto Out of Africa: Mysteries of Access and Benefit Sharing, pubblicato l'anno scorso (terra terra ne ha parlato il 30 maggio 2006): forniva abbondante materiale per mettere in discussione i brevetti ottenuti da compagnie straniere in 36 casi di medicine, cosmetici e prodotti agricoli derivati da piante terrestri o marine, oltre che da microbi. Di questo uso industriale e relativo brevetto, i paesi d'origine e le comunità protagoniste di un uso storico dei relativi principi attivi non erano stati nemmeno informati. Altro che equa condivisione.




• 