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AMBIENTE, COMMERCIO
Un'alternativa al sacchetto di plastica
Marinella Correggia
2007.03.24
E' un'idea semplice come l'uovo di Colombo, ma ha provocato ressa e code antelucane davanti ai negozi come quando escono i libri di Harry Potter. A Londra nei giorni scorsi sono andate a ruba le prime ottomila borse shopper di robusta tela con bei manici cordonati e lo logo-proclama graziosamente disegnato: «I am not a plastic bag», ovvero «io non sono una busta di plastica». Costo 5 sterline. Le ha create l'organizzazione «We are what we do» («Siamo ciò che facciamo») nell'ambito della campagna contro i sacchetti della spesa di plastica, grandi e piccoli, che imperversano nel mondo dall'Alpi alle Piramidi. Per i loro acquisti, i soli inglesi usano quasi 10 miliardi di shopper di plastica in un anno. Gli italiani molti di più: circa un quarto dei 100 miliardi di sacchetti di plastica usati ogni anno in Europa (e parliamo solo dei contenitori da asporto, negozio-casa, senza contare gli imballaggi primari pure di plastica in cui sono avvolti molti prodotti alimentari e non).
Ogni giorno, dunque, un sacchetto nuovo. Solo una minoranza di persone trova assurdo e brutto questo sostituibilissimo usa e getta in plastica e ricorre - è così facile! - alle sporte di tela: comode da portare (quelle con lunghi manici a tracolla), durano anni, reggono grossi pesi, piegate si possono portare sempre con sé.
Solo in Europa, migliaia di tonnellate di plastica all'anno sotto forma di sacchetti buttati si riversano nelle discariche o negli inceneritori, ma grandi quantità sono incivilmente abbandonate nell'ambiente: e il tempo di decomposizione dei sacchetti più robusti arriva a 200 anni. Per produrre quei 100 miliardi di sacchetti di plastica si consumano 700.000 tonnellate di petrolio e si aggiungono nell'atmosfera 1,4 milioni di tonnellate di CO2 (gas serra) all'anno. Senza alcun vero beneficio in termini di comodità o miglioramento della qualità della vita. Gli shopper sono in gran parte importati da Cina, Malaysia e Thailandia. I governi di Francia e Italia e talune organizzazioni agricole e ambientaliste stanno promuovendo come alternativa i sacchetti biodegradabili «coltivati»: mezzo chilo di mais o un chilo di olio di girasole per fare 100 bustine di plastica; 3 milioni di ettari per sostituire tutte le buste non biodegradabili che pendono dalle mani degli europei. Ma perché sostituire un usa e getta con un altro, sia pur biodegradabile? E' pur sempre uno spreco: di terre, inputs agricoli, energia. E non educa i consumatori a un altro stile di vita.
La soluzione, appunto, sono le borse di tessuto con tracolla, riusabili per anni. In cotone, canapa, juta, a reticella, sono il passato e il futuro dello shopping (dalla grande spesa al piccolo oggetto), dopo la lunga e irrazionale parentesi dello shopper usa e getta. Da decenni ovunque nel mondo molte associazioni cercano di promuovere il ritorno della borsa della spesa. Ma «We are what we do» - il cui libro Change the World for a fiver inizia proprio con il consiglio di non usare shopper usa e getta - ha avuto due buone idee vincenti: fare un bel modello di sacca e renderla un messaggio di cui andare orgogliose/i grazie alla scritta antiplastica che diventa marca, logo. Ha anche chiesto ad alcune celebrità di fare da testimonial. La borsa, così, sta diventando qualcosa che «si deve» avere e mostrare, dunque usare ogni giorno; se non sarà un fuoco di paglia. Come riferisce il quotidiano The Guardian, nel frattempo la follia ha preso piede e su e-Bay le borse venivano già vendute a oltre 100 sterline; Change the World chiede a tutti di non cadere nelle speculazioni e aspettare qualche giorno; ce ne sarà per tutti.
La campagna inglese diventerà internazionale; una versione color blu marin per la sacca che sarà lanciata quest'estate negli Stati Uniti. Il Giappone avrà una versione sul verde fra qualche mese. Si spera che sia copiata anche altrove. Individualmente, lo si può fare benissimo: andando sempre a far spesa con borse di tela, anche non modaiole né british. Far loro pubblicità. Regalarle.
 
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