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AMBIENTE, AGRICOLTURA
Guantanamo, vittorie sulla desertificazione
Marinella Correggia
2007.05.23
Non solo prigione Usa colonialmente ritagliata a casa d'altri. Guantanamo, a Cuba, è un'area agricola dove vanno avanti tecniche di ripristino dei suoli inariditi e perfino esperimenti di riruralizzazione di uomini e donne. Un reportage dell'agenzia stampa internazionale Inter Press Service (Ips) descrive questa provincia «mista»: nella sua parte meridionale i suoli sono salinizzati ed erosi a cui le piogge regalano ben poca acqua, mentre la costa settentrionale ha foreste vergini ricche di piante e animali autoctoni; lì si fermano i turisti. Sono le montagne Sagua-Nipe-Baracoa a fare da spartiacque climatico fra i lati nord e sud: il primo è l'area più umida di tutta l'isola, più di tre metri di precipitazioni l'anno, il sud è la più secca, meno di mezzo metro. La mancanza di pioggia ha aggravato l'erosione di questa regione semiarida, vasta 1.752 chilometri quadrati. Il fenomeno della desertificazione, un processo graduale di perdita della capacità produttiva del suolo e di riduzione della copertura vegetale, colpisce il 14 per cento della terra agricola cubana.
Ma a Guantanamo grazie ai metodi dell'agroecologia il processo di desertificazione è stato bloccato su quasi 70.000 ettari, e in molti sono tornati a coltivare. A parte alcune zone fertili, tipo oasi nel deserto, produrre vegetali in questa regione richiede uno sforzo paziente, condotto da agricoltori e tecnici. I metodi comprendono, oltre alla riabilitazione e conservazione dei suoli grazie alla biomassa di alberi resistenti alla siccità, la rotazione colturale, la somministrazione di fertilizzanti organici e di biostimolatori ricavati dalla canna da zucchero.
Nei dintorni del capoluogo, in un'area chiamata Los Coquitos de Jaibo, cooperative di piccoli coltivatori indipendenti forniscono ortaggi e frutta a 50 mila persone, a una casa di riposo, ad alcuni ospedali. Fino alla metà degli anni '90 era terra improduttiva. Pochi chilometri oltre, nel bel mezzo della regione semiarida, campi di riso sono coltivati dove c'era un'area coperta di rovi. Humberto Aguilar, agricoltore, spiega che con l'aiuto del Servizio di credito cooperativo ha applicato tecniche agroecologiche per gestire quei suoli salini e ora raccoglie 60 quintali di riso (su due ettari); ne tiene dieci per il fabbisogno familiare e il resto lo vende. Così, da quattro anni Aguilar non acquista il riso ai prezzi sussidiati del paniere. Oltre al riso, su quei suoli salini ed erosi gli agricoltori e i tecnici sono riusciti a far crescere con buone rese anche altri cereali, ortaggi, tuberi.
È ancora più arduo coltivare a San Antonio del Sur, dove vivono 26 mila persone (in buona parte servite dall'energia fotovoltaica). Lì si punta al ripristino della copertura forestale, facendo crescere alberi produttivi resistenti alle condizioni dell'area. Fra queste specie: il neem (Azadirachta indica A. Juss), una pianta parente del ricino (Jatropha curcas), il guayacán (Guaiacum off.), la guayaba (Psidium guayava L.). Cinque o sei anni fa c'erano solo stentati pascoli gialli; ora il verde dei giovani alberi ha iniziato a cambiare il paesaggio. Alcuni dei «forestali» lavoravano prima nelle fabbriche per la lavorazione della canna da zucchero. Lo stadio successivo sarà la produzione di bioinsetticidi.
Studi recenti avvalorati dalla Fao indicano che l'agricoltura organica potrebbe produrre cibo a sufficienza per il fabbisogno della popolazione mondiale. L'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura ha dedicato all'argomento una conferenza internazionale (agli inizi di maggio) e un rapporto, Organic farming and food security, in cui si indica gli elementi di maggior forza: l'indipendenza dai combustibili fossili e il fare affidamento su mezzi di produzione disponibili localmente. Intervenendo con processi naturali, gestendo la biodiversità nel tempo (rotazione delle colture) e nello spazio (sistema delle colture miste), cresce la resistenza degli ecosistemi agricoli nei confronti di condizioni climatiche difficili.
Ma a Guantanamo grazie ai metodi dell'agroecologia il processo di desertificazione è stato bloccato su quasi 70.000 ettari, e in molti sono tornati a coltivare. A parte alcune zone fertili, tipo oasi nel deserto, produrre vegetali in questa regione richiede uno sforzo paziente, condotto da agricoltori e tecnici. I metodi comprendono, oltre alla riabilitazione e conservazione dei suoli grazie alla biomassa di alberi resistenti alla siccità, la rotazione colturale, la somministrazione di fertilizzanti organici e di biostimolatori ricavati dalla canna da zucchero.
Nei dintorni del capoluogo, in un'area chiamata Los Coquitos de Jaibo, cooperative di piccoli coltivatori indipendenti forniscono ortaggi e frutta a 50 mila persone, a una casa di riposo, ad alcuni ospedali. Fino alla metà degli anni '90 era terra improduttiva. Pochi chilometri oltre, nel bel mezzo della regione semiarida, campi di riso sono coltivati dove c'era un'area coperta di rovi. Humberto Aguilar, agricoltore, spiega che con l'aiuto del Servizio di credito cooperativo ha applicato tecniche agroecologiche per gestire quei suoli salini e ora raccoglie 60 quintali di riso (su due ettari); ne tiene dieci per il fabbisogno familiare e il resto lo vende. Così, da quattro anni Aguilar non acquista il riso ai prezzi sussidiati del paniere. Oltre al riso, su quei suoli salini ed erosi gli agricoltori e i tecnici sono riusciti a far crescere con buone rese anche altri cereali, ortaggi, tuberi.
È ancora più arduo coltivare a San Antonio del Sur, dove vivono 26 mila persone (in buona parte servite dall'energia fotovoltaica). Lì si punta al ripristino della copertura forestale, facendo crescere alberi produttivi resistenti alle condizioni dell'area. Fra queste specie: il neem (Azadirachta indica A. Juss), una pianta parente del ricino (Jatropha curcas), il guayacán (Guaiacum off.), la guayaba (Psidium guayava L.). Cinque o sei anni fa c'erano solo stentati pascoli gialli; ora il verde dei giovani alberi ha iniziato a cambiare il paesaggio. Alcuni dei «forestali» lavoravano prima nelle fabbriche per la lavorazione della canna da zucchero. Lo stadio successivo sarà la produzione di bioinsetticidi.
Studi recenti avvalorati dalla Fao indicano che l'agricoltura organica potrebbe produrre cibo a sufficienza per il fabbisogno della popolazione mondiale. L'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura ha dedicato all'argomento una conferenza internazionale (agli inizi di maggio) e un rapporto, Organic farming and food security, in cui si indica gli elementi di maggior forza: l'indipendenza dai combustibili fossili e il fare affidamento su mezzi di produzione disponibili localmente. Intervenendo con processi naturali, gestendo la biodiversità nel tempo (rotazione delle colture) e nello spazio (sistema delle colture miste), cresce la resistenza degli ecosistemi agricoli nei confronti di condizioni climatiche difficili.




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