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ANIMALI, DIRITTI CIVILI
Salviamo le grandi scimmie
Marinella Correggia
2007.06.07
Crimini in famiglia: le grandi scimmie antropomorfe sono vittime dei loro stretti cugini umani i quali sembrano congiurare per la loro estinzione. Il mondo è lontanissimo dal riconoscere la richiesta del progetto Great Ape (www.greatapeproject.org) che si fonda sulla prova scientifica che gorilla, orangutan, bonobo e scimpanzé hanno una ricca esistenza culturale ed emotiva, hanno la capacità di creare attrezzi e di imparare e insegnare linguaggi diversi dal loro, ricordano il loro passato, fanno piani per il futuro. Questo è probabile anche per molte altre specie animali (la sensibilità al dolore e alle limitazioni ai propri comportamenti naturali, poi, lo sono per tutte), ma per le grandi scimmie è riconosciuto dagli scienziati. Su questa base il Great Ape Project (Gap chiede che a queste quattro specie cugine, l'umanità riconosca la protezione legale e morale di tre diritti fondamentali: alla vita, a non essere privati della libertà arbitrariamente e a non essere torturati. Alcuni contestano questo progetto come «razzista» (verso gli altri animali) e velleitario (in un mondo in cui questi diritti non sono rispettati nemmeno per gli esseri umani), ma altri lo approvano come primo passo che potrebbe incrinare l'illegittimo orgoglio antropocentrico, considerando anche il fatto che assicurare per legge la vita dell'orangutan o del gorilla significa anche proteggere le foreste, loro indispensabile habitat. Anche alcuni stati, fra questi di recente la Spagna, hanno riconosciuto dignità al progetto Gap.
Ma i magnifici quattro se ne stanno andando. L'ultimo grido di allarme è stato lanciato giorni fa, durante una conferenza alla Royal Geographical Society a Londra, dall'antropologo kenyano Richard Leakey, padrino del progetto per la sopravvivenza delle grandi scimmie all'Unep (Programma Onu per l'ambiente), artefice nel suo paese dell'estensione dei parchi e del divieto di commercio dell'avorio. Presidente ora dell'associazione Wildlife Direct, egli ha spiegato che le minacce provengono dal combinato disposto di caccia, malattie e disboscamento. In questo contesto aggiunge benzina al fuoco la novità della corsa agli agrocarburanti, che sono coltivati anche al posto delle foreste. L'80 per cento dell'habitat degli orangutan nel Sud est asiatico è stato distrutto negli ultimi 20 anni a causa della domanda di terra per la produzione di olio di palma per i mercati occidentali.
L'ulteriore estensione delle coltivazioni potrebbe portare alla scomparsa, nel corso di una generazione, dei superstiti 50 mila animali. Leakey ha chiesto di insistere piuttosto sullo sviluppo dell'idrogeno (ma ha ritirato fuori anche la fusione: il cosiddetto nucleare «pulito»), e un nuovo trattato internazionale destinato a contenere i gas serra soprattutto con la protezione, anche tramite incentivi, delle foreste asiatiche, africane e latinoamericane. Si otterrebbero così due risultati: tutela del clima e salvaguardia della biodiversità, a partire dalle grandi scimmie. Il carbonio rilasciato dalla deforestazione raggiunge il 25 per cento delle emissioni totali di gas serra. Di programmi per ricompensare quei paesi tropicali che lasciano le loro foreste in piedi si discuterà anche durante il Summit del G8 in Germania, fra pochi giorni.
«È assurdo che non siamo disposti a sborsare soldi per preservare la vitale bellezza della natura, mentre qualcuno è contento di spendere 80 milioni di sterline per un Picasso e molti altri soldi per proteggerlo in cassaforte» ha detto Leakey, aggiungendo: «Il cambiamento del clima è un processo complesso e non conosciamo il grado di tolleranza delle piante; non dovremmo dare per scontato che le foreste, i fiumi e i laghi faranno per sempre parte del nostro paesaggio». L'antropologo ha anche criticato quel che egli chiama «l'ossimoro dell'ecoturismo»: sotto quell'ombrello si fanno molti danni; all'industria del turismo si dovrebbero fissare standard seri, diversi da quelli spinti dal puro profitto.
Ma i magnifici quattro se ne stanno andando. L'ultimo grido di allarme è stato lanciato giorni fa, durante una conferenza alla Royal Geographical Society a Londra, dall'antropologo kenyano Richard Leakey, padrino del progetto per la sopravvivenza delle grandi scimmie all'Unep (Programma Onu per l'ambiente), artefice nel suo paese dell'estensione dei parchi e del divieto di commercio dell'avorio. Presidente ora dell'associazione Wildlife Direct, egli ha spiegato che le minacce provengono dal combinato disposto di caccia, malattie e disboscamento. In questo contesto aggiunge benzina al fuoco la novità della corsa agli agrocarburanti, che sono coltivati anche al posto delle foreste. L'80 per cento dell'habitat degli orangutan nel Sud est asiatico è stato distrutto negli ultimi 20 anni a causa della domanda di terra per la produzione di olio di palma per i mercati occidentali.
L'ulteriore estensione delle coltivazioni potrebbe portare alla scomparsa, nel corso di una generazione, dei superstiti 50 mila animali. Leakey ha chiesto di insistere piuttosto sullo sviluppo dell'idrogeno (ma ha ritirato fuori anche la fusione: il cosiddetto nucleare «pulito»), e un nuovo trattato internazionale destinato a contenere i gas serra soprattutto con la protezione, anche tramite incentivi, delle foreste asiatiche, africane e latinoamericane. Si otterrebbero così due risultati: tutela del clima e salvaguardia della biodiversità, a partire dalle grandi scimmie. Il carbonio rilasciato dalla deforestazione raggiunge il 25 per cento delle emissioni totali di gas serra. Di programmi per ricompensare quei paesi tropicali che lasciano le loro foreste in piedi si discuterà anche durante il Summit del G8 in Germania, fra pochi giorni.
«È assurdo che non siamo disposti a sborsare soldi per preservare la vitale bellezza della natura, mentre qualcuno è contento di spendere 80 milioni di sterline per un Picasso e molti altri soldi per proteggerlo in cassaforte» ha detto Leakey, aggiungendo: «Il cambiamento del clima è un processo complesso e non conosciamo il grado di tolleranza delle piante; non dovremmo dare per scontato che le foreste, i fiumi e i laghi faranno per sempre parte del nostro paesaggio». L'antropologo ha anche criticato quel che egli chiama «l'ossimoro dell'ecoturismo»: sotto quell'ombrello si fanno molti danni; all'industria del turismo si dovrebbero fissare standard seri, diversi da quelli spinti dal puro profitto.




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