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AMBIENTE, COMMERCIO
Il giro del mondo in una busta (di plastica)
Manuela Cartosio
2008.01.11
Dal primo gennaio a Tisbury, un villaggio del Wiltshire, non si usano più le buste di plastica. Non si tratta di un provvedimento calato dall'alto. I 2 mila abitanti hanno convenuto d'andare al supermercato portandosi da casa la borsa della spesa. Di tela, di carta, di paglia. Non di plastica e non usa e getta. Quel che si dice una minoranza virtuosa.
In Cina si usano 3 miliardi di buste di plastica al giorno. Il consumo pro capite di shopper è inferiore rispetto all'occidente ricco ma, moltiplicato per un miliardo e 300 milioni di abitanti, l'impatto ambientale è imponente e di lunga durata (una busta di plastica serve per una manciata di muniti e dura una vita). Si aggiunga il costo della materia prima - il petrolio - da cui si ricavano le plastiche da imballaggio. La Cina ne brucia a questo scopo 37 milioni di barili l'anno. Ci sono questi due fattori dietro la decisione del governo cinese, annunciata a sorpresa martedì scorso, di mettere al bando dal primo giugno i sacchetti di plastica più sottili (sotto 0,025 millimetri di spessore) e di «tassare» quelli più robusti. Per disincentivarne l'uso, i negozianti dovranno addebitare il costo del sacchetto ai clienti.
L'Australia ieri si è messa sulla scia della Cina. Il neo ministro dell'ambiente Peter Garrett ha annunciato un piano per ridurre drasticamente entro la fine dell'anno l'uso dei sacchetti di plastica. Un segnale doveroso per il centro sinistra che lo scorso novembre ha vinto le elezioni grazie ai temi ambientali (gli elettori hanno punito il governo di destra ostile al protocollo di Kyoto). Garret non è entrato nei particolari di un piano che discuterà ad aprile con i rappresentanti dei sei stati e dei due territori in cui è articolata l'Australia. Si è limitato a dire che «personalmente» preferisce mettere al bando i sacchetti di plastica piuttosto che farli pagare ai consumatori. D'accordo con il ministro, riferisce l'agenzia Reuters, Ian Kiernan, presidente dell'associazione Clean Up Australia che cita il caso dell'Irlanda, dove dal 2002 sui sacchetti di plastica grava una tassa scaricata ovviamente sui consumatori. «Il disincentivo all'inizio ha funzionato, ma nel lungo periodo l'effetto sta scemando». Non sappiamo quanti sacchetti di plastica usino ogni giorno venti milioni di australiani. Secondo il ministro, nel quasi continente ce ne sarebbero in giro (nei posti sbagliati) circa 4 miliardi.
Da tempo la città di San Francisco ha vietato i sacchetti di plastica nei negozi di alimentari. Questa settimana l'amministrazione di New York ha votato una legge che obbliga i grandi negozi a dotarsi di contenitori per riciclare i sacchetti di plastica. A Londra stanno per scattare divieti e disincentivi. Il Giappone, sull'esempio irlandese, ha messo un'imposta sulle buste di plastica. Sudafrica, Uganda e persino il Bangladesh hanno adottato misure per liberarsi dalla buste invasive.
E in Italia? Interrogarsi sulle buste di plastica mentre la Campania soffoca sotto tonnellate di immondizia è quasi patetico (eppure gli imballaggi costituiscono una quota sempre più consistente dei rifiuti). Annegata nella passata finanziaria c'era la messa al bando entro il 2010 dei sacchetti di plastica, con l'obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti e incentivare l'industria dell'agri-tech (sembra che dal mais si possano ricavare sacchetti davvero biodegradabili, senza dover aggiungere metalli pesanti). In un anno nulla è stato fatto per concretizzare l'impegno fissato dalla finanziaria.
I dati sui sacchetti di plastica sono piuttosto ballerini. Secondo Legambiente, ogni anno nel mondo se ne producono 500 miliardi. L'Italia ne sforna 300 mila tonnellate, l'equivalente di 430 mila tonnellate di petrolio e di 200 mila tonnellate di CO2 emesse in atmosfera. Nel nostro paese, sempre ogni anno, finiscono tra i rifiuti 2 milioni di tonnellate di plastica e vengono consumati 4 miliardi di sacchetti. Tempi di degrado delle buste di plastica tra i 10 e 20 anni.
 
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