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ENERGIA, SANITA
Baghdad, i liquami e il gelo
marina forti
2008.02.08
La capitale irachena sta affondando nelle sue stesse fognature, ha sete d'acqua potabile e manca di elettricità. A descrivere così Baghdad è un funzionario del governo. Il signor Tahseen Sheikhly, portavoce civile del piano di sicurezza per Baghdad (diretto e sostenuto dalle forze statunitensi), ha parlato dei problemi di Baghdad durante una conferenza stampa, domenica scorsa, di cui troviamo nota sull'agenzia France Presse. Ha spiegato che dei tre impianti di depurazione dei reflussi liquidi che una volta servivano la città sulle sponde del Tigri oggi ne funziona uno, a intermittenza; un altro è fuori uso e nel terzo le condutture sono ostruite, così che la fogna forma un lago puzzolente così grande «che può essere visto come una grande macchia nera su Google Earth», ha detto Sheikhly. Inutile dire che tutto va a finire nel fiume. Nell'intera città le condutture idriche, dove esistono, sono così vecchie e fragili che non si può pomparvi l'acqua nel volume necessario per soddisfare la domanda, così molti quartieri la ricevono solo di tanto in tanto. Quanto all'energia elettrica, la città di Baghdad ha un deficit di 3.000 megawatt: oggi gli abitanti ricevono la corrente solo a intermittenza e devono contare sui generatori a gasolio per illuminarsi o per far funzionare tv ed elettrodomestici (che però sono in aumento). Baghdad aveva circa 4 milioni e mezzo di abitanti prima dell'invasione guidata dagli Stati uniti; non abbiamo un dato preciso sulla popolazione attuale.
«Fognature, acqua ed elettricità sono i nostri tre problemi principali», ha insistito Shaikhly: ben cinque anni dopo l'invasione la vita quotidiana degli abitanti di Baghdad è un inferno. Attribuire responsabilità ovviamente è un esercizio politico. Il portavoce governativo ha sottolineato che già sotto Saddam Hussein, negli anni dell'embargo economico, il regime aveva messo poca attenzione nelle infrastrutture civili essenziali. È vero che allora Baghdad «funzionava» discretamente: il disastro è avvenuto dopo, con i bombardamenti, poi la città abbandonata a saccheggi e distruzione nelle ore seguite all'ingresso delle truppe Usa. Vandalismo e «violenza settaria» hanno ulteriormente danneggiato i servizi della capitale, accusa il funzionario: la sicurezza è un deterrente (o un alibi) alla ricostruzione.
Si aggiunga la penuria di carburante: a Baghdad si vedono code di centinaia di metri alle pompe di benzina, e così in molte province del paese. Benzina per le auto, kerosene per le stufe, gasolio per i generatori scarseggiano in particolare in questo periodo, e anche qui c'è un rimpallo di accuse: il ministero dell'energia accusa quello del petrolio e viceversa, ed entrambi accusano i sabotaggi compiuti dai combattenti antigovernativi, frequenti sia alle installazioni petrolifere sia alle linee di distribuzione dell'energia. Sta di fatto che Baghdad è in crisi, segnala Irin news, l'agenzia delle Nazioni unite per gli affari umanitari. I ministeri, ad esempio della sanità, hanno scorte d'emergenza con cui rifornire ad esempio gli ospedali - anche se per il momento l'ospedale al Yarmouk, il maggiore della città, ha scorte sufficenti e funziona normalmente. Ma ad aumentare la domanda di carburante, e la pressione sulla già fragile rete elettrica, è un inverno eccezionalmente freddo: a Baghdad in gennaio le temperature sono scese fino a meno 4 gradi centigradi. Senza kerosene non c'è modo di scaldarsi: ma il kerosene sul mercato ufficiale (14 centesimi di dollaro al litro) è scarso, e sul mercato nero costa oltre un dollaro al litro; una famiglia per scaldarsi ha bisogno 10 litri al giorno, cioè una spesa di 300 dollari al mese.
Il signor Sheikhly non voleva dare un'immagine negativa: anzi, diceva che l'operazione di sicurezza lanciata l'anno scorso sta permettendo il graduale ripristino dei servizi essenziali. La situazione di fatto però resta quella sopra descritta. Presa nel circolo vizioso di attacchi e accuse, la vita dei baghdadini è piombata nel buio, in tutti i sensi - anche letterale.
 
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