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RIFIUTI TOSSICI, AMBIENTE
Un disastro ambientale nella Valle del Sacco
Michele Vollaro
2008.02.23
Bisogna ormai metterla tra i siti più inquinati d'Italia, come il complesso petrolchimico di Porto Marghera, quelli siciliani di Gela e di Priolo, o l'impianto Ilva di Taranto. Si tratta della Valle del fiume Sacco, tra Roma e Frosinone: qui, nel 2005, è scoppiata una vera e propria emergenza ambientale e più di cinquanta aziende agricole e zootecniche hanno visto la loro attività irrimediabilmente distrutta dall'avvelenamento dei terreni. L'allarme è scattato quando decine di capi di bestiame hanno misteriosamente cominciato a morire. E' risultato poi che il latte prodotto da bovini e ovini che hanno sempre pascolato lungo la media valle del fiume è inquinato dal beta-esaclorocicloesano, un antiparassitario simile al Ddt, presente in concentrazioni anche 2000 volte superiori ai limiti permessi dalla legge.
Il beta-esaclorocicloesano per la verità era già comparso nella Valle del Sacco: nel 1990 altri controlli ne avevano segnalato la presenza. Un'inchiesta giudiziaria rivelò che la Snia-Bpd, un'industria di Colleferro, aveva interrato per decenni gli scarti della sua produzione di pesticidi e materiale bellico in un'area vicino il fiume. durante l'indagine un operaio, Luigi Mattei, ha ricordato che spesso le aziende della zona lasciavano i loro rifiuti, incluso l'amianto, in discariche all'aperto vicino al fiume. Il tribunale di Velletri ingiunse allora alla Snia di bonificare l'area di sua proprietà, ma l'industria chimica non agì di conseguenza, proponendo anzi al Ministero dell'ambiente di realizzare in quel sito una discarica destinata ai rifiuti tossici. Un modo per aggirare il provvedimento del tribunale e tradurre un problema in un affare. La discarica non è stata autorizzata, ma, d'altra parte, nessuno si è mosso per decontaminare i terreni del Sacco.
Finché nel 2005 scoppia di nuovo il «caso» ambientale. In breve tempo è stato necessario vietare l'uso dei foraggi dell'area, poi di produrre latte e carne: finché il 19 maggio di quell'anno il governo ha dichiarato lo stato di emergenza socio-economico-ambientale per i comuni di Colleferro, Segni e Gavignano in provincia di Roma e per quelli di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino in provincia di Frosinone. Da allora nella Valle del Sacco è vietata la produzione agricola a scopo alimentare.
Gli abitanti di un'intera valle si sono chiesti cosa fare per bonificare quelle terre, per non far morire l'agricoltura. Gli amministratori regionali hanno risposto con un progetto pilota per la produzione di biocarburanti. Attraverso la coltivazione di particolari sementi, dicono, si avrebbe una progressiva decontaminazione dei terreni inquinati e insieme si aprirebbe una filiera agricola capace di soddisfare il 5% del fabbisogno di carburante per il trasporto pubblico regionale. Il progetto, proposto dalla Regione Lazio e sottoscritto dalla Coldiretti, prevedeva di coltivare circa centomila ettari a colza e a girasole.
«Biocarburanti» è una parola ambigua: dovrebbe indicare quei carburanti di origine «bio», naturale. Anche il petrolio nasce dalla materia organica, rimasta sepolta in assoluta assenza di ossigeno per secoli. Per «biocarburanti» però oggi si intendono quelli ottenuti dalla lavorazione di derrate agricole e dalle biomasse - «agrocarburanti». Negli ultimi anni, tra il rincaro del prezzo del greggio e all'esaurimento delle riserve petrolifere, molti governi hanno ne incentivato la produzione: l'Italia, secondo lo studio Biofuels Country Attractiveness Index della Ernst & Young, è al nono posto al mondo per gli investimenti nel settore, e l'Unione Europea nel 2007 ha stanziato 785 milioni di euro a beneficio di questo comparto. E però convertire vaste estensioni agricole al biocarburante signirica togliere terra alla produzione alimentare, e quindi far rincarare il cibo.
Intanto, nella Valle del Sacco, i produttori locali aspettano ancora che il progetto agroenergetico sia avviato. Intanto hanno cominciato a organizzarsi in proprio per produrre biogas dai rifiuti organici e dal letame degli allevamenti.
 
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