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ENERGIA, AMBIENTE
Il «risparmio» dei voli alla noce di Babasù
MarinellaCorreggia
2008.02.26
Era da prevedersi: anche la compagnia Virgin Atlantic, leader nel settore dei voli low cost, cerca una legittimazione ecologica. Le responsabilità delle compagnie low cost quanto a riscaldamento climatico sono importanti: le tariffe stracciate hanno provocato buona parte dell'aumento del traffico aereo passeggeri, anche su tragitti facilmente percorribili in treno (con un impatto climatico fino a 10 volte inferiore); l'energivoro settore degli aerei è la fonte di gas serra che cresce più in fretta.
Un comunicato trionfale della compagnia informa di aver effettuato, il 24 febbraio, il primo volo commerciale - con un jumbo fra Londra e Amsterdam - parzialmente alimentato da...noci della foresta amazzonica. Gli oli vegetali hanno rappresentato circa il 25% del carburante usato per il volo test; il restante 75 per cento era costituito dal solito kerosene fossile. Siccome un aereo richiede moltissimo carburante , la quota di agrokerosene era di ben 5.500 kg. Secondo la Virgin - che ha lavorato in collaborazione con la Boeing e la multinazionale Usa, General Electric- superate le difficoltà tecniche nel giro di una decina d'anni le linee aeree potrebbero tutte utilizzare biocarburanti, in una percentuale fino al 40 per cento del totale.
C'è da esultare per il clima? Nemmeno un po'. E per varie ragioni. Intanto, c'è un inghippo in termini di quantità, come ha subito fatto rilevare l'associazione ambientalista internazionale Friends of the Earth: poiché è previsto un ulteriore e rapidissimo aumento del trasporto aereo e del suo contributo al caos climatico, già pari al 9 per cento del totale se si considerano tutti gli aspetti, anche a sostituire il 40 per cento del kerosene fossile con le fonti vegetali e ad ammettere che queste siano sostenibili dal punto di vista climatico, il risparmio nelle emissioni di CO2 sarebbe annullato dall'aumento dei voli; insomma, il «biokerosene» è una distrazione dall'obiettivo di ridurre le emissioni.
Inoltre, da tempo gli agrocarburanti sono sotto attacco: a conteggiare senza sconti l'energia necessaria a produrli, possono anche dare più danni che vantaggi in termini di gas serra; inoltre richiedono acqua e input chimici e infine competono con le colture alimentari per terre limitate. Richard Branson, capo della Virgin Atlantic ha dichiarato ai giornalisti che le fonti usate dall'aereo in questione, ovvero le noci di cocco e babasù, sono «effettivamente sostenibili» e non competono con le risorse alimentari o idriche. Ma andiamo a vedere.
Prima di tutto, le piantagioni spontanee di cocco e babasù coprirebbero una piccolissima parte delle materie prime totali richieste nello scenario «kerosene vegetale al 40 per cento» (o anche solo al 20). E poi la competizione pance-motori c'è anche per questi due frutti. Riferisce un servizio del sito www.greenreport.it che il babasù (Orbignya phalerata martins) è un albero certo abbondante nell'Amazzonia orientale e perfino nel povero Nordest del Brasile, e che l'economia locale ne trae cibo, medicine e prodotti artigianali. Il suo contenuto oleoso è solo il 7%, ma del frutto non si butta nulla; ben 400 mila persone, quasi tutte donne, sopravvivono su questi prodotti di foresta e la loro attività potrebbe essere compromessa da una produzione meccanizzata e dall'utilizzo delle palme per produrre energia da biomasse. Le donne del Movimiento interestadual de rompedoras del coco Babasú del Maranhao sono molto preoccupate perché temono che puntare sull'agrocarburante a base di olio di babasù porterà a un accaparramento delle foreste da parte delle gransdi imprese agroenergetiche a scapito dell'agricoltura familiare, comunitaria e femminile. E non si fidano delle proposte di coesistenza avanzate dai servizi tecnici governativi del Brasile, che dopo l'etanolo da canna da zucchero per la trazione punta anche al kerosene da babasù per l'aviazione.
Un comunicato trionfale della compagnia informa di aver effettuato, il 24 febbraio, il primo volo commerciale - con un jumbo fra Londra e Amsterdam - parzialmente alimentato da...noci della foresta amazzonica. Gli oli vegetali hanno rappresentato circa il 25% del carburante usato per il volo test; il restante 75 per cento era costituito dal solito kerosene fossile. Siccome un aereo richiede moltissimo carburante , la quota di agrokerosene era di ben 5.500 kg. Secondo la Virgin - che ha lavorato in collaborazione con la Boeing e la multinazionale Usa, General Electric- superate le difficoltà tecniche nel giro di una decina d'anni le linee aeree potrebbero tutte utilizzare biocarburanti, in una percentuale fino al 40 per cento del totale.
C'è da esultare per il clima? Nemmeno un po'. E per varie ragioni. Intanto, c'è un inghippo in termini di quantità, come ha subito fatto rilevare l'associazione ambientalista internazionale Friends of the Earth: poiché è previsto un ulteriore e rapidissimo aumento del trasporto aereo e del suo contributo al caos climatico, già pari al 9 per cento del totale se si considerano tutti gli aspetti, anche a sostituire il 40 per cento del kerosene fossile con le fonti vegetali e ad ammettere che queste siano sostenibili dal punto di vista climatico, il risparmio nelle emissioni di CO2 sarebbe annullato dall'aumento dei voli; insomma, il «biokerosene» è una distrazione dall'obiettivo di ridurre le emissioni.
Inoltre, da tempo gli agrocarburanti sono sotto attacco: a conteggiare senza sconti l'energia necessaria a produrli, possono anche dare più danni che vantaggi in termini di gas serra; inoltre richiedono acqua e input chimici e infine competono con le colture alimentari per terre limitate. Richard Branson, capo della Virgin Atlantic ha dichiarato ai giornalisti che le fonti usate dall'aereo in questione, ovvero le noci di cocco e babasù, sono «effettivamente sostenibili» e non competono con le risorse alimentari o idriche. Ma andiamo a vedere.
Prima di tutto, le piantagioni spontanee di cocco e babasù coprirebbero una piccolissima parte delle materie prime totali richieste nello scenario «kerosene vegetale al 40 per cento» (o anche solo al 20). E poi la competizione pance-motori c'è anche per questi due frutti. Riferisce un servizio del sito www.greenreport.it che il babasù (Orbignya phalerata martins) è un albero certo abbondante nell'Amazzonia orientale e perfino nel povero Nordest del Brasile, e che l'economia locale ne trae cibo, medicine e prodotti artigianali. Il suo contenuto oleoso è solo il 7%, ma del frutto non si butta nulla; ben 400 mila persone, quasi tutte donne, sopravvivono su questi prodotti di foresta e la loro attività potrebbe essere compromessa da una produzione meccanizzata e dall'utilizzo delle palme per produrre energia da biomasse. Le donne del Movimiento interestadual de rompedoras del coco Babasú del Maranhao sono molto preoccupate perché temono che puntare sull'agrocarburante a base di olio di babasù porterà a un accaparramento delle foreste da parte delle gransdi imprese agroenergetiche a scapito dell'agricoltura familiare, comunitaria e femminile. E non si fidano delle proposte di coesistenza avanzate dai servizi tecnici governativi del Brasile, che dopo l'etanolo da canna da zucchero per la trazione punta anche al kerosene da babasù per l'aviazione.





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