terra terra
AGRICOLTURA, DROGA
Chi odia il the di coca della Bolivia e del Perù?
Marinella Correggia
2008.03.11
Chi l'avrà detto? «Si ricorda a tutti i governi che la foglia di coca è una droga (...) I governi dovrebbero accertarsi che produzione, import, export, distribuzione e uso siano strettamente limitati a usi medici e scientifici. (...) La pratica della masticazione delle foglie di coca continua in Bolivia e Perú e, su scala più limitata, in altri paesi. La Convenzione Onu del 1961 stabiliva che entro 25 anni dalla sua entrata in vigore, nel 1964, la masticazione della coca dovesse essere abolita.(...) Inoltre in Bolivia e in Perù si produce e distribuisce il mate de coca, ovvero the di coca. (...) Si chiede ai governi della Bolivia e del Perú di emendare la rispettive legislazioni nazionali al fine di abolire o proibire attività contrarie alla Convenzione del 1961, come la masticazione delle foglie di coca e la produzione del mate di coca così come di altri prodotti che contengano alcaloidi di coca, per l'uso domestico e l'export. (...) Le foglie di coca possono anche essere usate come agente aromatizzante purché non contengano alcaloidi (...)» .
Potrebbero sembrare le solite richieste degli Stati uniti, che usano per fini del tutto politici il pretesto della cosiddetta «guerra alla droga» e che d'altra parte sono patria della Coca Cola, a quanto pare l'unico soggetto al mondo al quale dovrebbe essere permesso di usare le foglie di coca (come aromatizzante). Invece no: il virgolettato di cui sopra appartiene al rapporto 2007 dell'International Narcotics Control Board, un organismo dell'Onu, reso noto il 5 marzo scorso. Nel mirino del Board Onu ovviamente anche i coltivatori, che gli stati dovrebbero punire.
Si tratta di «assurdità legali», per il Transnational Institute (Tni) di Amsterdam che da tempo analizza la questione droghe e i suoi risvolti politici. Due anni fa il Tni pubblicò lo studio ¿Coca sí, cocaína no? Opciones legales para la hoja de coca («Coca sì cocaina no? Opzioni legali per la foglia di coca»; ne abbiamo parlato in terra terra del 7 giugno 2006) e adesso ha aperto un nuovo sito informativo: www.ungassondrugs.org. Secondo il ricercatore Pien Metaal «il Board contraddice la Dichiarazione dell'Onu sui diritti delle popolazioni indigene che riconosce e protegge le pratiche tradizionali; per non dire della Convenzione sulle droghe del 1988 la quale riconosce gli usi tradizionali».
Milioni di persone nella regione andina-amazzonica bevono il mate di coca e masticano le foglie sin dal tempo degli Incas (e delle miniere). È un'abitudine che non pone rischi alla salute pubblica, e gli usi benefici della coca sono sempre più riconosciuti. Sembra abbastanza evidente che il Board dell'Onu stia «rispondendo» alla decisione politica della Bolivia di Evo Morales di dare alla foglia di coca uno status di valore, addirittura nel testo costituzionale, e nelle leggi, che ora permettono a un numero limitato di coltivatori di piantare piccoli appezzamenti a coca.
Anche in Perù i coltivatori di coca chiedono al governo di sospendere l'eradicazione manuale dei cespugli e di permettere l'esport delle foglie e del mate. In Argentina, che non coltiva ma beve mate di coca e mastica le foglie, importate, il loro possesso e uso non è punito. Comportamenti che non piacciono all'Incb. Il quale nel 2006 criticò la Colombia perché aveva concesso agli indigeni di produrre e distribuire nel paese il mate e anche una bibita chiamata «Coca Sek». Nel febbraio 2007 il governo colombiano proibì la vendita della Coca indigena, con tanto di raid della polizia nei negozietti di bibite.
Fra i sogni del presidente Evo Morales c'è che il suo paese trasformi le foglie di coca in prodotti igienici e salutari e li esporti («coca sì, cocaina no»). Per ogni appezzamento legalmente coltivabile da parte dei singoli contadini (in genere poverissimi), la vendita dei 500 kg prodotti a 8 dollari al kg di prodotto secco sarebbe un buon reddito. Non rimane che augurarsi una disobbedienza corale al Board dell'Onu. E magari che il commercio equo europeo cerchi al più presto di importare il mate di coca.
Potrebbero sembrare le solite richieste degli Stati uniti, che usano per fini del tutto politici il pretesto della cosiddetta «guerra alla droga» e che d'altra parte sono patria della Coca Cola, a quanto pare l'unico soggetto al mondo al quale dovrebbe essere permesso di usare le foglie di coca (come aromatizzante). Invece no: il virgolettato di cui sopra appartiene al rapporto 2007 dell'International Narcotics Control Board, un organismo dell'Onu, reso noto il 5 marzo scorso. Nel mirino del Board Onu ovviamente anche i coltivatori, che gli stati dovrebbero punire.
Si tratta di «assurdità legali», per il Transnational Institute (Tni) di Amsterdam che da tempo analizza la questione droghe e i suoi risvolti politici. Due anni fa il Tni pubblicò lo studio ¿Coca sí, cocaína no? Opciones legales para la hoja de coca («Coca sì cocaina no? Opzioni legali per la foglia di coca»; ne abbiamo parlato in terra terra del 7 giugno 2006) e adesso ha aperto un nuovo sito informativo: www.ungassondrugs.org. Secondo il ricercatore Pien Metaal «il Board contraddice la Dichiarazione dell'Onu sui diritti delle popolazioni indigene che riconosce e protegge le pratiche tradizionali; per non dire della Convenzione sulle droghe del 1988 la quale riconosce gli usi tradizionali».
Milioni di persone nella regione andina-amazzonica bevono il mate di coca e masticano le foglie sin dal tempo degli Incas (e delle miniere). È un'abitudine che non pone rischi alla salute pubblica, e gli usi benefici della coca sono sempre più riconosciuti. Sembra abbastanza evidente che il Board dell'Onu stia «rispondendo» alla decisione politica della Bolivia di Evo Morales di dare alla foglia di coca uno status di valore, addirittura nel testo costituzionale, e nelle leggi, che ora permettono a un numero limitato di coltivatori di piantare piccoli appezzamenti a coca.
Anche in Perù i coltivatori di coca chiedono al governo di sospendere l'eradicazione manuale dei cespugli e di permettere l'esport delle foglie e del mate. In Argentina, che non coltiva ma beve mate di coca e mastica le foglie, importate, il loro possesso e uso non è punito. Comportamenti che non piacciono all'Incb. Il quale nel 2006 criticò la Colombia perché aveva concesso agli indigeni di produrre e distribuire nel paese il mate e anche una bibita chiamata «Coca Sek». Nel febbraio 2007 il governo colombiano proibì la vendita della Coca indigena, con tanto di raid della polizia nei negozietti di bibite.
Fra i sogni del presidente Evo Morales c'è che il suo paese trasformi le foglie di coca in prodotti igienici e salutari e li esporti («coca sì, cocaina no»). Per ogni appezzamento legalmente coltivabile da parte dei singoli contadini (in genere poverissimi), la vendita dei 500 kg prodotti a 8 dollari al kg di prodotto secco sarebbe un buon reddito. Non rimane che augurarsi una disobbedienza corale al Board dell'Onu. E magari che il commercio equo europeo cerchi al più presto di importare il mate di coca.





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