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ENERGIA, AMBIENTE, DONNE
Gli agrocarburanti? Fanno male alle donne
Marina Forti
2008.04.23
Gli agrocarburanti? Finiranno per marginalizzare ancora di più i piccoli agricoltori e in particolare le donne, sostiene uno studio pubblicato dalla Fao. Ecco un altro «effetto collaterale» negativo della corsa a trasformare derrate agricole in combustibili. Per agrocarburanti si intende di solito combustibili come l'etanolo e il biodiesel, ottenuti rispettivamente distillando vegetali ad alto contenuto zuccherino o trasformando quelli oleosi: molti li chiamano biocarburanti, o biocombustibili, dove il prefisso «bio» vuole suggerire qualcosa di «verde», pulito. L'Unione europea si è data l'obiettivo di usare almeno il 10% di questi carburanti di origine vegetale nel mix per trasporti entro il 2020 (oggi non arriva al 2%). Anche gli Stati uniti si sono buttati sugli agrocarburanti.
La corsa agli agrocarburanti implica un rapido incremento della coltivazione intensiva su larga scala di derrate come soja, mais, canna da zucchero, palma da olio. Questo significa fare un uso intensivo di risorse (terra, acqua, fertilizzanti chimici, pesticidi) e drenare investimenti, credito, sovvenzioni. Ed è questo il punto: i piccoli agricoltori, e in particolare le donne, hanno tradizionalmente un accesso limitato a queste risorse, fa notare la ricercatrice Yianna Lambrou nel rapporto «Gender and Equity Issues in Liquid Biofuel Production», diffuso lunedì dalla Fao.
Lo studio entra in dettaglio. Fa notare che l'aumentata domanda di biocombustibili liquidi, insieme alla maggiore richiesta di terra, potrebbe esercitare una forte pressione sulle terre definite «marginali», quelle rimaste al margine dall'agricoltura intensiva - che invece hanno una funzione chiave per la sussistenza delle popolazioni rurali povere e sono spesso coltivate dalle donne. Più terre «marginali» saranno convertire a coltivazioni per biocombustibili, e questo spingerà le donne su terre ancora più marginali e meno produttive, mettendo in pericolo la loro capacità di procurare cibo per le loro famiglie.
Le coltivazioni su larga scala inoltre accelerano l'esaurimento e il degrado delle risorse naturali e l'inquinamento di terre e acqua: e questo peggiorerà le condizioni di salute e le possibilità di occupazione dei lavoratori agricoli, e in particolare delle donne. Se la produzione di agricombustibili entra in competizione con la disponibilità di risorse come l'acqua o la legna, queste diventeranno meno disponibili: con la conseguenza che sarà sempre più faticosa la corvée quotidiana di gran parte delle donne in molti paesi in via di sviluppo per procurarsi ogni giorno acqua e legna per cucinare.
La corsa agli agrocarburanti inoltre minaccia la diversità agricola, perché accelera la conversione di coltivazioni locali in monocolture: e con la biodiversità va perso anche un patromonio di conoscente tradizionali nella gestione, selezione e conservazione di colture.
Le donne risulteranno svantaggiate sul piano dell'occupazione: le colture intensive richiedono il lavoro di braccianti agricoli poco qualificati, che sono sempre più donne (circa il 40% del totale dei braccianti agricoli in America latina e caraibi, stima la Fao). Ovviamente le donne lavoratrici agricole sono aprticolarmente svantaggiate rispetto agli uomini in termini di salario e trattamento o esposizione a rischi sanitari. In altri termini.
Lo studio della Fao riguarda la produzione di agrocarburanti ma tutto questo si può dire in generale ogni volta che l'agricoltura su piccola scala lascia il posto a grandi coltivazioni intensive: fin dalle prime «rivoluzioni verdi» degli anni '70, la trasformazione dell'agricoltura dalla sussistenza al mercato ha spesso emarginato le donne.
Quali conclusioni trae la Fao? Non molte, a dire la verità: auspica che «lo sviluppo dei biocombustibili sia sostenibile non solo dal punto di vista ambientale ma anche direttamente a favore delle popolazioni povere». Le quali però, come spiega il medesimo studio, saranno le perdenti della situazione.
 
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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