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AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE, AMBIENTE
Cibo sano per tutti?
Marinella Correggia
2008.06.21
«Il cibo sia la tua medicina» ammonì Ippocrate, padre dei medici saggi. Ma il sistema agroalimentare mondiale è spesso «malato». Sul lato dell'offerta: in India i contadini si suicidano per i debiti contratti nell'acquisto di semi e input chimici, negli Stati Uniti molti braccianti agricoli avvelenati dai pesticidi muoiono a 50 anni. Sul lato della domanda: i cittadini coreani protestano contro la carne importata dagli Usa, i prezzi elevati significano penuria per i consumatori con scarso potere di acquisto. Per non parlare delle emergenze: come in Etiopia, dove in due decenni si sono avute ben cinque grandi siccità, e anche adesso per gli scarsi raccolti sono alla carestia milioni di produttori di cibo, contadini poveri.
In questa situazione, e sotto la spada di Damocle del cambiamento climatico, che ruolo ha l'agricoltura biologica? Una nicchia salutare per chi produce e per chi consuma: ma è riservata a chi ha potere d'acquisto, oppure è potenzialmente accessibile a tutti, compresi produttori e consumatori poveri? «Coltivare il futuro» è l'ambizione dell'insieme di organizzazioni - produttori, tecnici, associazioni, trasformatori - riunite nell'Ifoam, Federazione internazionale dei movimenti per l'agricoltura biologica, il cui sedicesimo congresso mondiale si è concluso ieri a Modena con partecipanti da 80 paesi (in maggioranza non direttamente agricoltori). Le coltivazioni bio sono quelle che, basandosi sul rispetto dei cicli ecologici ed escludendo in genere gli input di sintesi e le monocolture, «salvaguardano la biodiversità, proteggono la fertilità del suolo, liberano dal controllo delle compagnie multinazionali, producono cibi più nutrienti» spiega lo studioso etiope Tewalde Egziaber, noto per aver guidato il gruppo dei paesi G 77 (il grande gruppo delle nazioni «in via di sviluppo») nei difficili negoziati internazionali per i diritti degli agricoltori e la biodiversità agricola.
«Non confondiamo i 30 milioni di ettari totali interessati dalle certificazioni formali e in maggioranza concentrati in Europa, con le coltivazioni organiche non certificate che non riusciamo a quantificare e producono per i mercati locali, anche in Africa, Asia e America Latina. Nel nostro movimento c'è posto per tutti» dice Angela Caudle de Freitas, direttrice esecutiva dell'Ifoam.
In molti paesi occidentali, fra cui l'Italia, il biologico non è più una nicchia - e tantomeno lo sarebbe se i costi ecologici delle colture fossero incorporati nei prezzi. Ma, ha ricordato una partecipante africana, «nei nostri paesi le coltivazioni biocertificate sono per l'export, anche se magari "equo"; caffé, tè, cacao, frutta tropicale».
Dunque non si esce dalla logica della produzione per élite, e dall'impatto ecologico legato ai trasporti su lunga distanza, le famigerate «miglia-cibo». Risponde Caudle de Freitas: «Il problema non ci sarebbe se l'agricoltura organica diventasse la norma, che è una necessità ecologica e sociale. Noi cerchiamo di incoraggiare il ciclo corto, locale e diretto dal produttore al consumatore, così da ridurre prezzi e chilometri. Sta succedendo ad esempio in Africa dell'ovest, o in Brasile o in India. Occorre però anche la volontà dei governi».
Ma l'agricoltura biologica produce abbastanza per vincere la fame e aiutare il clima? Pare di sì, perché ottimizza l'uso di risorse che sono o diventeranno scarse, come l'acqua, l'energia fossile, il suolo fertile. Ma dovrebbe sganciarsi di più dai carburanti fossili (gli agrocarburanti per l'azienda agricola sono una buona idea), e non puntare sulle produzioni animali. Da qui l'importanza dell'educazione alimentare.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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