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ALIMENTAZIONE
Il riso del Sol levante
Marina Forti
2008.08.08
Un effetto collaterale della crisi alimentare globale sarà quello di cambiare la dieta prevalente in Giappone - o meglio, di riportare i giapponesi alla loro dieta tradizionale?
Così sembrano indicare alcuni dati diffusi dal Ministero dell'agricoltura di Tokyo. Dicono infatti che il Giappone, il maggiore importatore netto di cibo al mondo, nel 2007 ha consumato un po' più di cibo prodotto internamente e quindi aumentato leggermente il suo grado di «autosufficenza alimentare». Per la precisione: calcolato sul consumo di calorie, il tasso di autosufficenza alimentare si è assestato sul 40% nell'anno concluso lo scorso marzo, contro il 39% dell'anno precedente.
Il piccolo miglioramento è dovuto, dice il ministero per l'agricoltura, a due ragioni. La prima è il buon raccolto di grano, il più abbondante dal 1990: l'anno scorso il Giappone ha prodotto ben 910mila tonnellate di frumento, e questo ha permesso di diminuire le importazioni. La seconda ragione è che cominciano a dare frutti le misure messe in campo dal governo a partire dal 2005 per promuovere il consumo di riso: la campagna rivolta alle scuole, che hanno cominciato a mettere più riso che pane nei menù delle proprie mense, poi l'offensiva di «pubblicità progresso» per sottolineare le virtù della dieta tradizionale giapponese...
Già, la dieta tradizionale. I giapponesi sono cresciuti a riso, pesce e verdure, incluse quelle marine (alghe), un'alimentazione naturalmente «low fat», poco grassa. Pochissima carne, in particolare carne rossa, e pochissimi prodotti caseari ma piuttosto soja con i suoi derivati: è il sistema alimentare che ha ispirato generazioni di salutisti occidentali più o meno macrobiotici e new age. Solo che da tempo ormai le abitudini alimentari dei giapponesi sono cambiate.
Si potrebbe risalire agli anni dell'occupazione statunitense dopo la seconda guerra mondiale, quando nel paese del Sol levante sono arrivati hamburger e pizze (nella versione americana), ma è negli ultimi due decenni che la trasformazione si è fatta inesorabile. Il riso resta il cereale più consumato (ed è anche l'unica derrata alimentare per cui il paese sia più o meno autosufficente), ma il grano segue da presso: il Giappone ne è il quarto importatore al mondo. E' anche il primo importatore al mondo di mais, che finisce in gran parte in mangimi per animali, ovvero per produrre carne. Anche latte, burro e formaggio sono entrati nei consumi abituali: al punto che un paio d'anni fa si parlava di crisi da sovrapproduzione.
Ora tutto questo viene rimesso in questione dall'impennata globale dei prezzi. Il governo giapponese si è dato l'obiettivo di raggiungere un'autosufficenza alimentare del 45% entro l'anno foscale 2015-'16, per diminuire la sua esposizione alle variazioni dei prezzi sui mercati mondiali. Si comincia a parlare anche di recupero delle terre agricole, di colture locali. Come direbbero gli orientali, anche nel male c'è qualcosa di buono.
Così sembrano indicare alcuni dati diffusi dal Ministero dell'agricoltura di Tokyo. Dicono infatti che il Giappone, il maggiore importatore netto di cibo al mondo, nel 2007 ha consumato un po' più di cibo prodotto internamente e quindi aumentato leggermente il suo grado di «autosufficenza alimentare». Per la precisione: calcolato sul consumo di calorie, il tasso di autosufficenza alimentare si è assestato sul 40% nell'anno concluso lo scorso marzo, contro il 39% dell'anno precedente.
Il piccolo miglioramento è dovuto, dice il ministero per l'agricoltura, a due ragioni. La prima è il buon raccolto di grano, il più abbondante dal 1990: l'anno scorso il Giappone ha prodotto ben 910mila tonnellate di frumento, e questo ha permesso di diminuire le importazioni. La seconda ragione è che cominciano a dare frutti le misure messe in campo dal governo a partire dal 2005 per promuovere il consumo di riso: la campagna rivolta alle scuole, che hanno cominciato a mettere più riso che pane nei menù delle proprie mense, poi l'offensiva di «pubblicità progresso» per sottolineare le virtù della dieta tradizionale giapponese...
Già, la dieta tradizionale. I giapponesi sono cresciuti a riso, pesce e verdure, incluse quelle marine (alghe), un'alimentazione naturalmente «low fat», poco grassa. Pochissima carne, in particolare carne rossa, e pochissimi prodotti caseari ma piuttosto soja con i suoi derivati: è il sistema alimentare che ha ispirato generazioni di salutisti occidentali più o meno macrobiotici e new age. Solo che da tempo ormai le abitudini alimentari dei giapponesi sono cambiate.
Si potrebbe risalire agli anni dell'occupazione statunitense dopo la seconda guerra mondiale, quando nel paese del Sol levante sono arrivati hamburger e pizze (nella versione americana), ma è negli ultimi due decenni che la trasformazione si è fatta inesorabile. Il riso resta il cereale più consumato (ed è anche l'unica derrata alimentare per cui il paese sia più o meno autosufficente), ma il grano segue da presso: il Giappone ne è il quarto importatore al mondo. E' anche il primo importatore al mondo di mais, che finisce in gran parte in mangimi per animali, ovvero per produrre carne. Anche latte, burro e formaggio sono entrati nei consumi abituali: al punto che un paio d'anni fa si parlava di crisi da sovrapproduzione.
Ora tutto questo viene rimesso in questione dall'impennata globale dei prezzi. Il governo giapponese si è dato l'obiettivo di raggiungere un'autosufficenza alimentare del 45% entro l'anno foscale 2015-'16, per diminuire la sua esposizione alle variazioni dei prezzi sui mercati mondiali. Si comincia a parlare anche di recupero delle terre agricole, di colture locali. Come direbbero gli orientali, anche nel male c'è qualcosa di buono.




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