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AMBIENTE, ETNIE
La protesta indigena
Patrizia Cortellessa
2008.08.13
Centinaia di indigeni, in rappresentanza di circa 65 diversi gruppi etnici del Perù, hanno occupato la centrale idroelettrica di Muyo, in una zona amazzonica della provincia nord orientale di Bagua, ha riferito un ingegnere della compagnia elettrica. Un'altra protesta indigena ha preso di mira anche due pozzi petroliferi appartenenti all'azienda argentina Pluspetrol, che opera nel giacimento di gas di Camisea, sull'Ucayali - il fiume precursore del rio delle Amazzoni. Le mobilitazioni indigene sono iniziate sabato 9 agosto, in coincidenza con la Giornata Internazionale dei popoli indigeni, e hanno interessato diverse regioni del Perù: da Loreto e Amazon (a nord), a Ucayali (centro), Cuzco e Madre de Dios (sud-est).
Tanti i motivi all'origine delle ultime proteste. Gli indigeni sono stufi di subire le decisioni dello stato che li riguardano senza però essere mai consultati. Poco prima, hanno presentato all'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) un documento sulle loro condizioni di vita in Perù. Un «rapporto alternativo» a quello che lo stato peruviano presenta regolarmente all'Oil come vuole la Convenzione 169, quella per la protezione dei diritti dei popoli indigeni e tribali: il punto è che quel documento («Memorie sull'attuazione della Convenzione 169») è redatto sempre senza la partecipazione dei popoli indigeni, come spiegava Graham Gordon, membro della Associazione Paz y Esperanza. Un rapporto alternativo, insomma, che gli indigeni vorrebbero fosse letto a Ginevra insieme a quello ufficiale. E chi meglio di loro potrebbe raccontare dei conflitti con le miniere e con i tagliatori di legname, e dei danni che questi arrecano all'ambiente? O dei diritti (calpestati) che rendono loro sempre più difficile la vita? O il problema dell'educazione interculturale bilingue, per non parlare della protezione dei gruppi «non contattati» che resistono nel fondo delle foreste?
«Vogliamo il rispetto della Convenzione 169, che obbliga i governi a rispettare i diritti delle popolazioni indigene», continuano a ripetere le associazioni delle comunità native, ricordando che non sono contrari allo sviluppo ma che rivendicano il diritto all'esistenza.
L'Associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana (Aidesep, una sorta di confederazione delle numerose rappresentanze etniche) conferma le occupazioni e la loro natura «pacifica» e ne riassume le motivazioni: «La difesa dei diritti dei popoli nativi, colpiti dagli ultimi decreti di privatizzazione - approvati senza che né i sindacati né gli stessi indigeni fossero stati consultati - che mirano ad espellerli dalle loro terre, in violazione della Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro». Con il risultato - se ci fosse bisogno di spiegarlo - che la privatizzazione delle terre della comunità e lo stravolgimento ambientale passerà ancora una volta sopra le loro teste. La Pluspetrol ha annunciato intanto che, «per garantire la salvaguardia e la sicurezza fisica del personale impiegato nei suoi impianti» sospenderà temporaneamente le attività nella zona. Mauricio Mulder, segretario generale di Apra, storico partito attualmente al governo, accusa invece i «gruppi della sinistra radicale» di indurre in errore gli indigeni facendo credere loro che saranno cacciati dalle loro terre. Sono tutte «falsità», dice Mulder. Dovrà spiegarlo alle comunità indigene, che per il momento non hanno nessuna intenzione di abbandonare la protesta.
Tanti i motivi all'origine delle ultime proteste. Gli indigeni sono stufi di subire le decisioni dello stato che li riguardano senza però essere mai consultati. Poco prima, hanno presentato all'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) un documento sulle loro condizioni di vita in Perù. Un «rapporto alternativo» a quello che lo stato peruviano presenta regolarmente all'Oil come vuole la Convenzione 169, quella per la protezione dei diritti dei popoli indigeni e tribali: il punto è che quel documento («Memorie sull'attuazione della Convenzione 169») è redatto sempre senza la partecipazione dei popoli indigeni, come spiegava Graham Gordon, membro della Associazione Paz y Esperanza. Un rapporto alternativo, insomma, che gli indigeni vorrebbero fosse letto a Ginevra insieme a quello ufficiale. E chi meglio di loro potrebbe raccontare dei conflitti con le miniere e con i tagliatori di legname, e dei danni che questi arrecano all'ambiente? O dei diritti (calpestati) che rendono loro sempre più difficile la vita? O il problema dell'educazione interculturale bilingue, per non parlare della protezione dei gruppi «non contattati» che resistono nel fondo delle foreste?
«Vogliamo il rispetto della Convenzione 169, che obbliga i governi a rispettare i diritti delle popolazioni indigene», continuano a ripetere le associazioni delle comunità native, ricordando che non sono contrari allo sviluppo ma che rivendicano il diritto all'esistenza.
L'Associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana (Aidesep, una sorta di confederazione delle numerose rappresentanze etniche) conferma le occupazioni e la loro natura «pacifica» e ne riassume le motivazioni: «La difesa dei diritti dei popoli nativi, colpiti dagli ultimi decreti di privatizzazione - approvati senza che né i sindacati né gli stessi indigeni fossero stati consultati - che mirano ad espellerli dalle loro terre, in violazione della Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro». Con il risultato - se ci fosse bisogno di spiegarlo - che la privatizzazione delle terre della comunità e lo stravolgimento ambientale passerà ancora una volta sopra le loro teste. La Pluspetrol ha annunciato intanto che, «per garantire la salvaguardia e la sicurezza fisica del personale impiegato nei suoi impianti» sospenderà temporaneamente le attività nella zona. Mauricio Mulder, segretario generale di Apra, storico partito attualmente al governo, accusa invece i «gruppi della sinistra radicale» di indurre in errore gli indigeni facendo credere loro che saranno cacciati dalle loro terre. Sono tutte «falsità», dice Mulder. Dovrà spiegarlo alle comunità indigene, che per il momento non hanno nessuna intenzione di abbandonare la protesta.




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