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ALIMENTAZIONE
La civiltà della scarpetta
Marinella Correggia
2008.08.29
Immaginiamo «per magia» di poter dimezzare la quantità di alimenti necessaria per nutrire gli umani. Si risparmierebbe un'enormità di acqua, suolo, energia, input chimici (con la collegata contaminazione di suoli e corpi idrici) o naturali, insomma tutto quanto è utilizzato per coltivare e «lavorare» il cibo. E ci sarebbe tutto lo spazio per nutrire più che a sufficienza gli attuali 850 milioni di affamati.
Bene: da tempo sappiamo dello spreco rappresentato dall'ipernutrizione di un miliardo di persone. Sappiamodella competizione cibo-mangime-agrocarburante; secondo un riepilogo della crisi alimentare redatto dal Movimento Sem Terra, «la destinazione della produzione agricola di cereali nel 2007 è stata di 1.009 milioni di tonnellate per il consumo umano, 765 milioni di tonnellate per il consumo animale e 364 milioni di tonnellate per altri fini fra cui 90 milioni di tonnellate per gli agrocarburanti».
Ma non basta. La metà del cibo prodotto sulla Terra è gettato via. Letteralmente. Lo grida il documento «Saving Water: From Field to Fork - Curbing Losses and Wastage in the Food Chain» (Salvare l'acqua dal campo alla forchetta - ridurre perdite e sprechi nella catena alimentare). Redatto dallo Stockholm International Water Institute, dalla Fao e dall'International Water Management Institute, è stato presentato durante la Settimana mondiale sull'acqua di Stoccolma. In realtà il rapporto sottolinea come metà dell'acqua necessaria a produrre cibo sia spesa invano: «Un'accurata strategia di risparmio idrico richiede dunque che si metta al centro delle agende politiche la minimizzazione dello spreco alimentare», si legge. Anche perché sarà l'acqua il principale fattore limitante della produzione di cibo. Campi, silos, agroindustrie, navi, supermercati, mercati, cucine: in quale punto della catena alimentare svanisce tanto ben della terra? Dipende un po' dalle aree geografiche. Nei paesi impoveriti, dal 15 al 35 per cento delle derrate si perdono nei campi, a causa di parassiti o di alee climatiche; un altro 10-15 per cento si rovina durante lo stoccaggio, la trasformazione e il trasporto, per inefficienze tecniche e carenza di infrastrutture.
In Occidente le tecniche di coltivazione, raccolta, conservazione, trasporto delle derrate minimizzano per perdite. Ma lo spreco è inaudito in fase di distribuzione e consumo. Negli Stati Uniti - il top - si getta via il 30 per cento del cibo: valore in soldi 48,3 miliardi di dollari, valore in acqua (molto maggiore) 40 trilioni di litri, abbastanza per soddisfare il fabbisogno domestico di 500 milioni di persone. Così la preziosa acqua serve solo a produrre montagne di rifiuti organici, che inoltre in discarica generano metano, un potente gas serra.
A Stoccolma si è anche molto discusso dell'«acqua virtuale», quella appunto incorporata nelle merci perché servita a produrle, applicata al commercio internazionale. Chi importa alimenti, infatti, importa anche acqua. Usa, Argentina, Brasile, grandi esportatori alimentari, in pratica vendono miliardi e miliardi di litri di acqua ogni anno; paesi come Giappone, Egitto, Italia ne importano miliardi. Il commercio internazionale, secondo lo studio, può aumentare la sicurezza idrica e alimentare nazionale, regionale e globale se derrate ad alta intensità d'acqua sono esportate da aree dove è economicamente sostenibile produrle ad altre dove non lo è. Ma non necessariamente gli esportatori sono ricchi d'acqua...
Riassumiano: contro l'inciviltà dello spreco, la civiltà della scarpetta, gesto di sobrietà creativa alimentare.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
    in edicola
sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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