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AMBIENTE, PETROLIO
Ecuador, chi paga i danni?
Patrizia Cortellessa
2008.09.06
Il presidente dell'Ecuador Diego Garcia, secondo quanto riferito dall'agenzia Reuters, si appresta a incontrare una delegazione della Chevron-Texaco - accusata di aver provocato gravi danni ambientali e alla salute per le sue attività di estrazione di petrolio in Ecuador - e delle organizzazioni ambientaliste - in rappresentanza dei 30.000 abitanti dei villaggi amazzonici della regione di Lago Agrio (nord-est dell'Ecuador) - che l'hanno portata in tribunale. Garcia, con la sua mediazione, vorrebbe facilitare un accordo (difficile) tra accusati e parte lesa fuori dalle aule del tribunale. Questa storia tormentata inizia molto tempo fa, dato che la Texaco (acquisita da Chevron nel 2001) è stata la prima compagnia petrolifera che più di trent'anni fa iniziò a sfruttare le risorse naturali dell'Ecuador. Poi vennero tutte le altre (fra le quali l'italiana Agip) fino ad arrivare alla compagnia di stato, la Petroecuador. Con le sue operazioni di estrazione tra il 1968 e il 1992 la Texaco ha avvelenato 1700 ettari di terreno, comprendenti fiumi e torrenti situati in Sucumbios, nella regione amazzonica di Lago Agrio. In quello spaccato di foresta, dove vivevano cinque diverse tribù indigene (decimate), furono buttate 18,5 milioni di tonnellate di rifiuti petroliferi tossici coperti appena con un po' di terra o con un telo di gomma. Nel 1993, grazie all'appoggio di organizzazioni ambientaliste e di un combattivo studio legale di Philadelphia, gli abitanti dei villaggi amazzonici fecero causa alla Texaco, mentre i giudici di New York stabilirono che spettasse ai loro colleghi dell'Ecuador, e non alla giurisdizione americana, occuparsi del caso. Dal 2003 il processo si svolge dunque nella sua «sede naturale», a Lago Agrio. Una storia infinita, definita «farsa giudiziaria» dalla compagnia petrolifera americana. Una battaglia processuale che la Chevron-Texaco non ha combattuto solo a colpi di carte bollate, eccezioni e rinvii, ma avvalendosi anche di minacce. A parole, come quelle scagliate attraverso gli spazi pubblicitari acquistati sulle pagine dei giornali contro Richard Cabrera, il perito indipendente ecuadoriano incaricato dal governo di quantificare il danno ambientale, che veniva definito «criminale». E con fatti, tramite azioni intimidatorie nei confronti dei periti chiamati a monitorare i danni. Nonostante tutto, il lavoro del geologo e del suo team è diventato un dossier, consegnato un mese fa al tribunale ecuadoriano. L'accertato danno ambientale poteva essere tradotto anche in numeri: 97 bambini con malformazioni genetiche, 89,65% dei residenti con parenti malati di cancro, incidenza di aborti spontanei presente in più del 65% delle famiglie, 133 bambini morti nei loro primi 30 giorni di vita. Secondo il rapporto, il risarcimento del «danno» doveva essere valutato tra gli 8,3 e i 16miliardi di dollari. Soldi che la compagnia petrolifera non intende in nessun modo sborsare, ritenendo - a suo dire - di non aver più responsabilità legali dal 1990, quando versò 40milioni di dollari per chiudere circa 200 pozzi nei quali aveva scaricato rifiuti. Nessuna colpa, dunque, e se qualcuno deve essere additato per i danni innegabili alla salute della comunità amazzonica questa deve essere la Petroecuador, oltre che gli indigeni stessi e le scarse condizioni igieniche in cui vivono, dice ancora la Chevron-Texaco. Imbrocchiamola. Ci siamo lasciati scappare una inesattezza, ieri, in questa rubrica. La campagna «imbrocchiamola» è stata promossa nel luglio del 2007 da Altreconomia, rivista legata al mondo del consumo critico. Si veda www.imbrocchiamola.org
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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