domenica 17 febbraio 2013
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ENERGIA, AMBIENTE
Una speranza per Ilisu
Marina Forti
2008.10.11
Forse sarà il colpo decisivo, quello che permetterà di archiviare in modo definitivo il progetto idroelettrico di Ilisu in Turchia. I governi di Germania, Austria e Svizzera hanno trasmesso a quello turco una «notifica di fallimento ambientale» in relazione al progetto della diga: è il primo passo di una formale procedura per ritirare il proprio sostegno finanziario. Anzi: è la prima volta che delle agenzie di «credito all'export» di paesi europei rimettono in questione un progetto per i suoi impatti ambientali e sociali.
Un breve promemoria: il progetto di Ilisu, sul fiume Tigri in Anatolia sud-orientale (la regione kurda della Turchia), è in cantiere da una decina d'anni: una diga alta 138 metri e larga 1.820 (la più grande in Turchia dopo la diga Ataturk), che dovrebbe alimentare una centrale elettrica da 1.200 MegaWatt di potenza. Se costruita, creerà un lago artificiale di 313 chilometri quadri che sommergerà l'antica città di Hasankeyf e circa 200 siti archeologici, e costringerà a sfollare almeno 50mila abitanti kurdi (qualcuno dice quasi 80mila) che perderanno casa, terra e attività economiche - aggiungendo motivo di risentimento in una regione già infiammata dai conflitti. Senza contare che con la diga sul Tigri (e altri progetti sul fiume Eufrate) la Turchia ipoteca il flusso d'acqua verso Siria e Iraq.
Progetto controverso, dunque, tanto che nel 2002 era rimasto arenato quando un consorzio di aziende europee ha rinunciato non avendo ottenuto il sostegno delle rispettive Agenzie di credito all'export (gli enti pubblici che garantiscono gli investimenti - privati - compiuti da aziende nazionali in paesi terzi, una sorta di assicurazione sui rischi finanziari e/o politici in cui possono incorrere). Un nuovo consorzio interessato a costruire quella diga si è formato qualche tempo dopo, tedesco-svizzero-austriaco: e dopo lunghi negoziati, nel marzo 2007 le agenzie di credito all'export di Germania, Austria e Svizzera hanno approvato garanzie per il progetto ponendo però una serie di ben 153 condizioni in merito all'impatto ambientale e sociale dell'impresa (tra cui quella che il monitoraggio fosse affidato a un gruppo di esperti indipendenti). Sembra che questi abbiano svolto il loro lavoro in modo davvero serio, a quanto scrive nel suo blog Peter Brosshard, dirigente della rete ambientalista International Rivers; nel loro ultimo rapporto concludono che il progetto di Ilisu «comporta seri rischi di impoverimento, destituzione e disorganizzazione sociale per la massiccia popolazione abitante nel bacino», aggiungendo che questo «di fatto significa violare l'accordo legale fatto con le Agenzie di credito all'export».
In base alla «notifica di fallimento ambientale», la Turchia ha 60 giorni di tempo per rispettare le condizioni poste - ciò che non ha fatto nei 18 mesi passati. Il progetto di Ilisu dunque non è ancora chiuso: ma per la ministra tedesca dello sviluppo Heidemarie Wieczorek-Zeul la notifica è «l'ultima chance», significa che i tre paesi hanno cominciato a ritirarsi dall'impresa. Andrea baranes, della Campagna per la riforma della Banca mondiale, punta il dito sulle banche finanziatrici: c'è da aspettarsi che si ritirino a loro volta «da un progetto che presenta grandi rischi di reputazione e finanziari», visto che la garanzie sono venute meno. E in primo luogo l'italiana Unicredit, che di rischi ne corre già fin troppi.
Entusiasta il commento del sindaco di Hasankeyf, che vede la salvezza per la sua città. Le proteste locali e un'agguerrita campagna internazionale alla fine hanno prodotto un effetto.
 
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