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ETNIE, DIRITTI UMANI
La terra e gli indios
Andrea Palladino
2008.12.12
Erano cinquecento otto anni che gli indigeni di Roraima, estremo nord del Brasile, aspettavano. Caparbi, orgogliosi, fedeli. Il calendario ha voluto che la corte costituzionale brasiliana sancisse per sempre il loro diritto alla terra il 10 dicembre, anniversario della dichiarazione dei diritti dell'uomo. La terra dei Makuxi, Taurepang, Ingarikó, Wapixána e Patamona, un territorio che occupa il 7,7% dello stato di Roraima, è ora definitivamente loro.
La disputa attorno alla riserva indigena di Raposa Serra do Sol, nel bacino amazzonico al confine con Venezuela e Guiana, è scoppiata all'inizio dell'anno, quando un gruppo di coltivatori bianchi - coloni venuti dal sud negli anni '70 - ha chiesto al supremo tribunale federale di rivedere il decreto del governo Lula del 2005, che ne aveva sancito la demarcazione. Sei coltivatori di riso e di soia contro ventimila nativi. Per il Brasile la questione era divenuta il punto di confluenza di tutti i pregiudizi contro gli indigeni e contro le diversità culturali. La destra ruralista e l'esercito brasiliano hanno gridato per mesi al pericolo, accusando le popolazioni indigene di volere creare stati indipendenti, per poter sfruttare da soli le ricchezze dell'Amazzonia. Il vecchio slogan coniato dai militari negli anni della dittatura, «tanta terra per pochi indios, era commentato quotidianamente su giornali e blog.
Gli Ingarikó vivono nella zona delle montagne, nel nord della terra indigena Raposa Serra do Sol. Sono silenziosi ma guerrieri. Custodiscono la montagna di Makunaima, il loro eroe ancestrale. Nella tradizione orale fu lui a dare quelle terre alle popolazioni native, a disegnare i fiumi, i laghi, a liberare gli uccelli. Mario de Andrade, padre della letteratura modernista brasiliana, scelse questo eroe indigeno per rappresentare il Brasile. Makunaima è il Brasile delle diversità, delle migliaia di lingue che erano parlate sulle sponde del rio delle Amazzoni, chiamato dal gesuita Antônio Viera il fiume Babele. Ridare la custodia della dimora di Makunaima agli indigeni dopo 508 anni è stata la miglior festa per il sessantesimo anniversario dei diritti umani.
La vittoria degli indigeni di Raposa Serra do Sol è anche un piccolo ma prezioso tassello per il futuro del continente latinoamericano. Nel villaggio di Surumu, all'ingresso della terra indigena, c'è una scuola. Ancora oggi ha i segni delle fiamme appiccate dai coloni, ma continua a formare i leader delle 194 comunità indigene. Qui insegnano l'economia comunitaria, il rispetto per la terra, la condivisione delle scelte. Mostrano ai ragazzi indigeni le foto aeree delle monoculture degli invasori bianchi, che deviano fiumi e avvelenano le acque. Spiegano ai futuri tuxaua - i capi indigeni - che è l'economia del bianco quella perdente, contro la loro agricoltura tradizionale. Nella loro terra il tasso di crescita demografico è del 4% annuo; nel resto dello stato di Roraima - occupato dall'agricoltura industriale - la metà. A Raposa Serra do Sol tutti i bambini hanno accesso alle scuole, gestite da insegnanti indigeni. Alla medicina bianca si affianca quella tradizionale e il tasso di mortalità infantile è nettamente inferiore a quello di una qualsiasi periferia brasiliana. La terra delle aree indigene non ha padroni, è dell'Unione ed è affidata perennemente alle popolazioni native. E' forse uno dei pochi esempi di riforma agraria reale nel Brasile moderno. Ed era questo esempio che la destra e i militari volevano cancellare. Per il Brasile salvare Raposa Serra do Sol significava, però, salvare la propria storia e un pezzo di futuro.
 
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