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AMBIENTE, COMMERCIO
L'affare sporco di Rwe
Marina Forti
2008.12.13
Una azienda elettrica di un paese europeo, diciamo per esempio la Germania, vuole comprare «crediti di carbonio» in un paese catalogato come «in via di sviluppo», diciamo per esempio la Cina, per compensare l'eccesso di scarichi di anidride carbonica dai suoi impianti. Sembra un business un po' astruso, ma è molto concreto ed è previsto dal protocollo di Kyoto sul clima, il trattato che obbliga i paesi industrializzati a tagliare le emissioni di gas di serra in quantità ben precise (all'Unione europea spetta un taglio del 9% in media entro il 2012). L'obiettivo è ripartito su ogni settore che produce scarichi di gas «di serra»: centrali elettriche, stabilimenti industriali, cementifici, trasporti e così via. Le aziende che tardano a «ripulirsi» saranno prima o poi tenute a pagare penalità (è una delle cose che l'Unione europea sta discutendo proprio in queste settimane). prima delle penalità però hanno un'opzione: comprare «quote» di emissioni da altre aziende, che magari sono state più capaci di diminuire le proprie emissioni e hanno «quote» da vendere - ogni singola tonnellata di anidride carbonica che esce da un camino industriale si traduce in soldi. Oppure, seconda opzione: l'azienda europea che inquina troppo può finanziare progetti di «sviluppo pulito» in un paese terzo, e calcolare a proprio credito (crediti di carbonio) le emissioni «risparmiate».
E' quello che ha fatto la Rwe tedesca, azienda che produce energia elettrica in centrali che bruciano in particolare carbone, uno dei più «sporchi» tra i combustibili fossili - e infatti la Rwe è una delle più grandi produttrici di emissioni di anidride carbonica (e di altri scarichi inquinanti) in Europa, oltre 120 milioni di tonnellate di CO2 all'anno che vanno ad accumularsi nell'atmosfera. Ripulire gli scarichi di centrali simili è affare complicato e costoso. Così l'azienda tedesca ha scelto un'altra via: ha deciso di comprare «crediti di carbonio» in Cina. Per la precisione progetta di acquistare «crediti» pari all'incirca a 442mila tonnellate di CO2 all'anno da una centrale idroelettrica. C'è un problema però: la diga di Xiaoxi, sul fiume Zishui (nella provincia del Hunan), non rispetta gli standard dettati dalla Commissione mondiale sulle dighe, l'organismo indipendente riunito dalla Banca mondiale che nel 2000 aveva completato una profonda revisione dei progetti di grandi dighe nel mondo indicando criteri da rispettare in merito all'impatto ambientale e sociale delle grandi opere. E il progetto idroelettrico di Xiaoxi, con la sua centrale da 135 Megawatt di potenza installata, rientra nella categoria delle grandi dighe. La denuncia viene da International rivers, rete ambientalista internazionale (www.internationalrivers.org) che ha mandato una ricercatrice di lingua cinese a indagare su quella diga. Ha così verificato che 7.500 persone sono state fatte sfollare per fare spazio alla diga, e che queste persone non hanno repuperato un livello di reddito pari a quelli che avevano prima, hanno avuto risarcimenti inadeguati e stabiliti in modo arbitrario, senza possobilità di fare ricorso in alcun modo. Tutto ciò viola le linee guida indicate dalla Commissione internazionale sulle dighe, fatte proprie in teoria dalla Banca mondiale. Le leggi sia tedesche, sia comunitarie impongono di verificare che qualsivoglia diga si attenga a questi standard prima di comprargli «crediti di carbonio». La Rwe in effetti ha chiesto a un'agenzia di consulenti (la Tüv Süd) di certificare l'idoneità della diga cinese - e guardacaso, questi hanno trovato che questa era in regola. Ecco un esempio di «meccanismo di sviluppo pulito»...
 
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