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AGRICOLTURA, COMMERCIO
Non c'è rosa senza spina
Manuela Cartosio
2009.02.05
Per i paesi produttori di fiori San Valentino, oltre che una manna, è il momento in cui si fanno i bilanci. Ha il segno più quello del Kenya, che con una quota del 35% è il maggior esportatore di fiori recisi in Europa. Le esportazioni sono passate dalle 91 mila tonnellate del 2007 alle 93 mila dell'anno scorso. Ma i proventi (504 milioni di dollari) sono diminuiti del 7%. Ciò nonostante Jane Ngige, numero uno del Kenya Flower Council, dichiara alla Reuters d'essere molto soddisfatta: «Pur in condizioni avverse la floricoltura è stata capace di reagire». Le condizioni avverse sono l'impennata del prezzo dei petrolio (ora ridisceso sotto i 50 dollari al barile), la siccità e i violenti disordini politici che hanno insanguianto il Kenya, compresa la regione attorno al lago Naivasha dove si concentrano 2 mila ettari di serre.
La floricoltura e il suo indotto, aggiunge con orgoglio Ngige, danno lavoro a 100 mila persone. La signora sorvola sulle tante "spine" delle rose coltivate in Kenya. I lavoratori guadagnano meno di un dollaro al giorno, sono esposti ai pesticidi e ai fertilizzanti, non hanno diritti sindacali e le donne, che costituiscono il grosso delle forza lavoro nelle serre, spesso sono vittime di molestie e abusi sessuali. C'è anche una "spina" ambientale: un metro quadro di serra beve ogni giorno 7 litri d'acqua e il livello del lago Naivasha continua ad abbassarsi.
Sono tutte cose note da anni, denunciate da molte campagne internazionali contro i "fiori del male". Varie associazioni - ambientaliste, per la difesa dei diritti umani, per il fair trade - hanno puntato il dito contro le società straniere (in particolare olandesi) proprietarie delle serre in Kenya. Si sono ottenute leggere migliorie nelle condizioni di lavoro. Ma l'effetto principale è stato che alcuni grandi coltivatori hanno lasciato le piantagioni keniane per spostarsi negli altopiani dell' Etiopia (ne riferisce un'ampia inchiesta pubblicata nel 2007 su "Missionari d'Africa").
In Etiopia il lavoro costa meno che in Kenya ed è ancor meno tutelato. E da lì è più breve la distanza per far arrivare in aereo i fiori in Europa (si stima che il trasporto incida per il 50% nei costi di produzione). Anche in Etiopia il polo delle rose si è installato attorno a un lago, lo Ziway. Il governo di Addis Abeba (il nome della capitale significa "Nuovo fiore") ha accolto a braccia aperte le società olandesi, israeliane, indiane: niente tasse per i primi cinque anni di attività, niente dazi sull'importazione di macchinari e infrastrutture, affitti modici del terreno, prestiti vantaggiosi, aiuti della Banca Mondiale, agevolazioni commerciali concesse dall'Unione europea. Basta visitare una serra, conclude l'inchiesta, per accorgersi che le rose ricevono molte più cure e attenzioni delle giovani donne che le coltivano.
Oltre la metà dei fiori recisi in Kenya e in Etiopia prima di arrivare nei negozi d'Europa passa dall'Olanda. Ad Aalsmer ha sede una delle più grandi aste di fiori del mondo. Ogni anno arrivano ad Aalsmer quasi 80 mila tonnellate di fiori. Un redattore di Altreconomia nel 2007 ha seguito il viaggio di una rosa dal Kenya all'aeroporto di Schipol, all'asta di Aalsmer, al mercato di San Remo, al vaso in casa nostra. Tutto avviene nell'arco di quattro giorni. Per mantenere la catena del freddo occorre altra energia oltre a quella consumata dai cargo e dai tir che trasportano gli scatoloni pieni di fiori.
Un'Europa costretta dalla crisi economica a stringere la cinghia comprerà meno fiori? Lo sapremo dopo San Valentino.
 
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