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ENERGIA, AMBIENTE, DIRITTI LAVORATORI
Il vento e il pianeta
Fulvio Gioanetto
2009.02.19
Ismo di Tehuantepec, sud del Messico. Era un progetto «dinamico e sostenibile» quello del parco eolico di La Venta II e IV, che doveva complementare le prime installazioni del 1995. Novantotto giganteschi generatori distribuiti in un'area di 650 ettari che dovrebbero produrre 833 MW di energia, facendo guadagnare al Messico 400.000 tonnellate annuali di Co2 e inserendolo negli standards del protocollo energetico di Kyoto. La Banca Mondiale già aveva stanziato una donazione per il «fondo verde del progetto»: fra i 357.000 e 840.000 dollari, secondo la capacità produttiva di ciascun aereogeneratore. La compagnia statale elettrica (Cfe) aveva stanziato110 milioni di dollari per il mega progetto, una parte dei quali serviva per pagare l'usufrutto della terra ai piccoli proprietari dell'area. Incaricate della realizzazione tecnica erano le imprese spagnole Iberinco e Gamesa eolica, con la promessa di impiegare lavoratori locali nella realizzazione dell'opera. A fine gennaio, il presidente della repubblica in persona era andato nella vicina zona della Ventosa a inaugurare la prima centrale eolica el paese, proprietà del magnate messicano Lorenzo Zambrano e della transnazionale spagnola Iberdrola.
Tutto bene? Non proprio. Da tempo varie organizzazioni sociali segnalavano le condizioni di lavoro di centinaia di campesinos e indigeni zapotechi: 10 o anche 14 ore di lavoro sottopagate, efficentismo produttivista tipo taylorista, dispute intersindacali per il controllo politico dei lavoratori, assenza di garanzie di sicurezza sul lavoro nei cantieri. Il conflitto è scoppiato quando i piccoli proprietari indigeni zapotechi e gli ejidatarios (partecipanti di quella forma di proprietà collettiva di villaggio chiamata ejido) hanno visto la differenza abissale fra il risarcimento della terra offerto dalla Cfe e il lucroso guadagno dell'impresa statale. Così hanno cominciato a presentare le proprie proposte di indennizzo dell'uso del suolo e dei nove chilometri di accesso al sito, e sul diritto di uso del vento. Hanno accusato l'impresa subappaltante Eurus di sradicare inultilmente varie centinaia di alberi, di estrarre materiale petroso non concordato e di non pagare il salario pattuito ai lavoratori della costruzione. In assenza di un accordo, o perlomeno di un contratto di cessione delle terre, la popolazione ha cominciato a bloccare le strade per impedire l'entrata ai camion dell'impresa. La risposta della Eurus e del sindicato officialista (legato al partito di governo Pri) non si è fatta attendere: aggressione ai blocchi stradali, otto persone all'ospedale.
Si tratta per la verità di un conflitto che dura già da vent'anni, durante i quali le comunità indigene e gli ejidos hanno subito le pressioni dei governi statali e municipali ad «affittare le loro terre per 60 anni» alle multinazionali Endesa, Gamesa, Union Fenosa, Preneal, Iberdrola al ridicolo prezzo di 10 dollari/ettaro. Nella totale assenza di consultazioni e informazione alle popolazioni locali (come vorrebbe la norma 169 dell'Orgenizzazione internazionale del lavoro), 65.000 ettari sono stati così «concessi» a queste imprese energetiche. Senza contare i rischi e danni ambientali «collaterali», pure segnalati come rischi nello stesso studio di impatto ambientale: tra cui sversamenti di olii lubrificanti nelle falde acquifere e nei corsi d'acqua della zona. E che dire della «cintura di sicurezza del mega progetto», assicurata per agenzie private tipo paramilitare, e della svalutazione di terreni e case intorno al progetto? Una «pianificazione economica» che ha solo aumentato povertà e emigrazione delle popolazioni locali.
Tutto bene? Non proprio. Da tempo varie organizzazioni sociali segnalavano le condizioni di lavoro di centinaia di campesinos e indigeni zapotechi: 10 o anche 14 ore di lavoro sottopagate, efficentismo produttivista tipo taylorista, dispute intersindacali per il controllo politico dei lavoratori, assenza di garanzie di sicurezza sul lavoro nei cantieri. Il conflitto è scoppiato quando i piccoli proprietari indigeni zapotechi e gli ejidatarios (partecipanti di quella forma di proprietà collettiva di villaggio chiamata ejido) hanno visto la differenza abissale fra il risarcimento della terra offerto dalla Cfe e il lucroso guadagno dell'impresa statale. Così hanno cominciato a presentare le proprie proposte di indennizzo dell'uso del suolo e dei nove chilometri di accesso al sito, e sul diritto di uso del vento. Hanno accusato l'impresa subappaltante Eurus di sradicare inultilmente varie centinaia di alberi, di estrarre materiale petroso non concordato e di non pagare il salario pattuito ai lavoratori della costruzione. In assenza di un accordo, o perlomeno di un contratto di cessione delle terre, la popolazione ha cominciato a bloccare le strade per impedire l'entrata ai camion dell'impresa. La risposta della Eurus e del sindicato officialista (legato al partito di governo Pri) non si è fatta attendere: aggressione ai blocchi stradali, otto persone all'ospedale.
Si tratta per la verità di un conflitto che dura già da vent'anni, durante i quali le comunità indigene e gli ejidos hanno subito le pressioni dei governi statali e municipali ad «affittare le loro terre per 60 anni» alle multinazionali Endesa, Gamesa, Union Fenosa, Preneal, Iberdrola al ridicolo prezzo di 10 dollari/ettaro. Nella totale assenza di consultazioni e informazione alle popolazioni locali (come vorrebbe la norma 169 dell'Orgenizzazione internazionale del lavoro), 65.000 ettari sono stati così «concessi» a queste imprese energetiche. Senza contare i rischi e danni ambientali «collaterali», pure segnalati come rischi nello stesso studio di impatto ambientale: tra cui sversamenti di olii lubrificanti nelle falde acquifere e nei corsi d'acqua della zona. E che dire della «cintura di sicurezza del mega progetto», assicurata per agenzie private tipo paramilitare, e della svalutazione di terreni e case intorno al progetto? Una «pianificazione economica» che ha solo aumentato povertà e emigrazione delle popolazioni locali.





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