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AMBIENTE, RIFIUTI TOSSICI
Dal mercurio al «galinstan»
Manuela Cartosio
2009.02.24
«Sono in vendita gli ultimi termometri a mercurio». Il criptico annuncio è esposto da qualche giorno nelle vetrine di alcune farmacie. In che senso «ultimi»? I cartelli evitano di spiegare che dal 3 aprile i termometri al mercurio saranno messi al bando per effetto di un decreto ministeriale emanato lo scorso luglio. Il decreto recepisce una direttiva europea che vieta la produzione e la vendita del familiarissimo strumento per evitare che, quando si guasta o si rompe, il mercurio finisca tra i rifiuti e si disperda nell'ambiente. Proprio per questo il vecchio termomtero che abbiamo in casa non va buttato via. Possiamo continuare a usarlo (quando si romperà dovremo consegnarlo in farmacia?).
Nella colonnina dei nuovi termometri ci sarà il «galinstan», una lega di gallio, indio e stagno. Non sappiamo se il «galinstan» farà le palline cha saltano dappertutto come «l'argento vivo» dei ricordi d'infanzia. Diventati grandi abbiamo imparato che il mercurio che tanto ci stupiva da bambini è un metallo pesante che fa parecchi danni alla salute, soprattutto quando entra nella catena alimentare.
Il nome Minamata è tristemente noto anche ai non addetti ai lavori. Nella baia di Minamata, in Giappone, l'azienda chimica Chisso sversò per oltre trent'anni scarichi al mercurio. Il metallo pesante, assorbito da pesci e molluschi di cui si cibava la popolazione, causò decine di migliaia di casi di quello nel 1956 fu descritto come il «morbo di Minamata»: alterazione della sensibilità, perdita della coordinazione motoria, danni alla vista e all'udito, tremori e convulsioni, danni al cervello, malattie congenite e malformazioni del feto.
Pur non raggiungendo picchi così drammatici, la presenza di metilmercurio nei pesci continua a essere una minaccia, soprattutto per le popolazioni che mangiano molto pesce. Il Gruppo di lavoro internazionale "Zero Mercury" ha monitorato i livelli di mercurio presenti nei pesci provenienti da tre diverse aree del mondo (Bengala, Manila, sei paesi costieri della Ue). Ha rilevato che un po' ovunque molte varietà esaminate contengono concentrazioni di mercurio superiopri a 0,5 mg/kg, il massimo consentito dagli standard internazionali. "Zero Mercury" ha pubblicato il suo rapporto alla vigilia della riunione a Nairobi del Consiglio governativo del Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep). Il summit si è chiuso il 20 febbraio con un accordo sottoscritto dai 140 paesi partecipanti per limitare l'uso del mercurio. Non è una messa al bando, ma è comunque un primo passo avanti dopo anni di paralisi.
L'impegno d'arrivare entro 4 anni a un trattato «giuridicamente vincolante» sul mercurio è uno dei primi effetti della presidenza Obama. Caduto il veto degli Usa, anche i paesi in passato recalcitranti (Cina, India, Sudafrica) hanno firmato la dichiarazioni d'intenti, in cambio della promessa che il trattato terrà conto delle «situazioni particolari». Secondo l'Unep, il 45% delle emissioni di mercurio è causata dai combustibi fossili, soprattutto dalle centrali a carbone; il 18% dalla lavorazione dell'oro. Il ciclo del cloro-soda è un'altra potente causa di inquinamento da mercurio. Due terzi dei rilasci di mercurio si verificano in Asia. Cina, Usa e India sono nell'ordine i paesi che contribuiscono di più all'emissione di mercurio. Il consumo annuo globale di mercurio è di circa 3.600 tonnellate. Il primo fornitore, con mille tonnellate, è l'Unione europea dove il 50% dei prodotti contenenti mercurio finisce in discarica.
 
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