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SANITA, COMMERCIO
Abolire gli intensivi
Marinella Correggia
2009.05.07
A cominciare dagli Stati Uniti non la chiamano più influenza suina ma influenza A (H1N1) per non deprimere la vendita di braciole e wurstel. Ed effettivamente la malattia in corso passa da persona a persona e magari questo particolare ceppo si è creato senza aver visto direttamente un maiale. Ciò non toglie che la natura stessa della globalizzata industria della carne sia al centro di patologie che si possono trasformare in pandemie. Come leggiamo in un articolo del quotidiano inglese Guardian, nel 1998 l'influenza suina scoppiò in un grosso allevamento della North Carolina; era un ibrido mai visto, combinando segmenti di geni dall'influenza umana, aviaria e suina. Là aveva trovato un'incubatrice perfetta, in mezzo a quella popolazione concentrata di animali dai sistemi immunitari azzerati, una manna per la trasmissione e la ricombinazione di virus. Poi, «grazie» al trasporto di animali vivi dall'uno all'altro capo del mondo il nuovo virus si è diffuso altrove. Sei degli otto segmenti genetici dell'attuale influenza suina (pardon, A H1N1) isolati dagli esperti possono essere ricondotti al triplice ibrido della North Carolina.
Sottolinea l'organizzazione internazionale non governativa Grain (www.grain.org) che promuove l'uso sostenibile della biodiversità agricola: «Occorre una svolta epocale. Ci sono migliaia di comunità locali che stanno lottando contro i danni provocati dagli allevamenti intensivi che continuano a espandersi nel mondo. Queste comunità sono sulla linea del fronte della prevenzione delle pandemie. Adesso occorre che queste lotte locali diventino un movimento per abolire la zootecnia industriale». In una prima fase invertire il trend all'aumento, ma puntare proprio all'abolizione. Come sostengono da tempo gruppi per i diritti degli animali e movimenti vegetariani.
Per Grain, le stalle lager sono e saranno - finché esistono - bombe a orologeria di pandemie; del resto in poco tempo si sono succedute Bse, Sars, aviaria e ora la febbre suina. In Messico il presidente della Commissione ambientale dello stato di Veracruz ha rivelato che mesi fa c'era stato uno scoppio di influenza aviaria in una stalla intensiva dalle parti della comunità La Gloria dove la recente pandemia sembra essersi manifestata in aprile con il primo caso di infezione, su un bambino. Ma non si disse nulla per non danneggiare l'export di carne. Gli abitanti di La Gloria per mesi hanno cercato di ottenere risposte dalle autorità visto il circolo vizioso di malattie respiratorie, che secondo loro erano da collegarsi alla grande «fabbrica di maiali» gestita da una sussidiaria della multinazionale Usa Smithfield Foods, la regina mondiale del porco. Quanto all'Indonesia, si sa che gli allevamenti di maiali vicino a quelli di polli hanno livelli elevati di infezione da H5N1, la variante mortale della febbre aviaria: c'è gente che continua a morirne e alcuni esperti ritengono da là ripartirà il prossimo virus pandemico. Eppure, è la denuncia di Grain, né l'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) né l'Oie (Organizzazione mondiale per la salute animale), né la maggior parte dei governi sembrano disposti alla linea dura. Dunque, «ancora una volta sono le popolazioni a doversi muovere e guidare il cambiamento». Spesso le stalle intensive sono collocate presso le comunità più povere, che si beccano: rischi di infezioni, inquinamento delle acque sotterranee e di superficie, brutture paesaggistiche, odori. E uno degli spettacoli più rivoltanti resta quello delle «lagune» rosa-marrone di escrementi descritte da William Reymonds nel suo libro «Toxic».
 
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