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AGRICOLTURA
TerraTerra
Marina Zenobio
2009.05.16
La febbre agraria
Se dal XVI secolo l'umanità è stata contagiata dalla febbre dell'oro, secondo uno studio pubblicato dall'Istituto internazionale di ricerche sulle politiche alimentari (Ifpri nell'acronimo inglese), il secolo attuale si sta caratterizzando per la febbre agraria, ossia la caccia all'acquisto di terra destinata all'agricoltura. L'ultima cordata di acquirenti è in parte guidata da paesi - come Cina, Corea del Sud, India e stati del Golfo Persico - che, non volendosi ritrovarsi in un prossimo futuro ostaggi delle grandi transazionali del commercio di alimenti e che per questo stanno investendo, soprattutto in Africa, tra i 20 e 30 mila milioni di dollari in acquisto di terre coltivabili. Ambizione comprensibile se non fosse che: a giocare un ruolo crescente in queste operazioni di compravendita sono i capitali privati provenienti dai fondi pensione che, dopo il collasso delle borse mondiali e la caduta dei prezzi del petrolio e dei metalli, scommettono sulle proprietà terriere in quanto ritenute beni altamente redditizi, e che circa la quarta parte di questi investimenti sono destinati alla coltivazione di piante da cui estrarre biocombustibili e non alimenti. Insomma, niente di nuovo sotto il sole da quanto rilevato dallo studio dell'Ifpri «Espropriazione di terre da parte di investitori stranieri in paesi in via di sviluppo» elaborato dal direttore dell'istituto Joachim von Braun e dal suo collaboratore Ruth Meinzen Dick. Già 10 anni fa la Cina iniziò ad affittare terre per produrre alimenti in altri paesi, come Cuba e Messico. Poi ha acquistato anche proprietà in Africa, dove ci sono compravendite pendenti per milioni di ettari nella Repubblica democratica del Congo, in Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe, con annessi migliaia di lavoratori cinesi «trasferiti» in loco per lavorare queste terre. È il Sudan ad avere la maggior quantità di terra coltivabile in mano straniere, in questo caso sotto il controllo di un gruppo di paesi dell'area del Golfo Persico. L'anno scorso, lo stato degli Emirati arabi ha concluso accordi con il Pakistan, mentre il Qatar ha acquistato estesi latifondi agricoli in Bahrein, Birmania, Filippine e Indonesia. La company coreana Daewoo Logistic Corporation ha firmato un accordo per subaffittare 1,3 milioni di ettari di terra in Madagascar destinata alla coltivazione di mais e palma da olio. Una presenza che avrebbe giocato la sua parte nel recente colpo di stato sull'isola. Avvalora lo studio dell'Ifpri anche Devlin Kuyek, ricercatore della Ong Grain, secondo il quale il numero di compravendite di terre agricole è molto più alto di quanto rilevato dallo studio stesso e nessuno, a livello internazionale, ha la possibilità di controllare la correttezza di dette operazioni commerciali. Questo significa che per centinaia di milioni di contadini, piccoli allevatori e indigeni che non hanno titolo di proprietà delle loro terre - se non per diritto consuetudinario, tramandato oralmente, che si è formato con la tradizione e la pratica in ambito di una comunità -, la qualità della vita non potrà che peggiorare e finire con l'essere cacciati dalle proprie terre. Perché le company straniere a caccia di terra non riconoscono il diritto consuetudinario. Alla luce di tutto questo l'Ifpri propone la stesura di un codice di condotta che protegga il diritto delle popolazioni autoctone alla loro terra, garantisca la trasparenza delle operazioni commerciali e la divisione dei benefici, contribuisca alla sicurezza alimentare per tutti e che assicuri la sostenibilità ambientale.




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