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AGRICOLTURA
L'Africa si svende la terra
Marina Forti
2009.05.26
Il fenomeno ha ormai un nomignolo: «farmland grabbing», accaparramento di terre coltivabili. E' una tendenza emersa nel corso dell'ultimo anno, via via che paesi danarosi - come la Corea del Sud o l'Arabia saudita - hanno cominciato a investire comprando grandi espensioni di terre agricole all'estero, per avviare coltivazioni intensive e assicurarsi forniture continue di derrate alimentari. Pare che sia stata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 a spingere paesi ricchi - ma con limitate possibilità di produrre cibo - a correre ai ripari. Una questione di «sicurezza alimentare». In quelche caso questa tendenza ha fattop notizia, come quando il gruppo sudcoreano Daewoo Logistics ha cercato di acquisire una grande estensione di terreno in Madagascar - ma la cosa ha provocato reazioni e proteste nel paese dell'oceano Indiano, che hanno contribuito ai recenti rivolgimenti politici.
Dunque: paesi ricchi ma con poca terra coltivabile vanno a comprare terre altrove. Il fatto è che «comprare» è una parola inesatta, almeno a quanto afferma un rapporto compilato da due agenzie delle Nazioni unite, il Fondo per l'Agricoltura e l'alimentazione (Fao) e il Fondo internazionale per l'agricoltura e lo sviluppo (Ifad), entrambe con sede a Roma. Nel rapporto «Land grab or development opportunity?» si sottolinea che diversi paesi africano stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile quasi gratis, in cambio di pressoché nulla salvo aleatorie promesse di investimenti e posti di lavoro. «Gran parte degli accordi di cessione di terre documentati da quasto studio coinvolgono pagamenti simbolici o nessun pagamento», si legge nel rapporto. Contengono invece impegni su investimenti per lo sviluppo di infrastrutture e creazione di lavoro, ma mancano di concretezza».
Il rapporto analizza in particolare grandi accordi di cessione di terre (più di mille ettari per volta) in Etiopia, Ghana, Madagascar, Mali e Sudan, oltre a «casi di studio» in Mozambico e in Tanzania. Avverta che i dato sugli accordi di cessione di terre sono in generale «scarsi e poco affidabili». Gli «acquirenti» vanno dall'Arabia saudita e altri paesi petroliferi del Golfo come il Qatar, alla corea del sud, alla Cina. Tra gli esperti c'è grande discussione se questi investimenti in terre possano favorire lo sviluppo di poveri paesi africani e quindi dare un impulso alla sua crescita - o se invece siano una nuova forma di «neocolonialismo». Gli stessi esperti della Fao e dell'Ifad evitano di prendere posizione in modo troppo esplòicito. Ma nel loro studio dicono che in tutti i casi analizzati, «virtualmente tutti i contratti \ sono «estremamente brevi e semplificati, rispetti alla realtà economica della transazione»: mancano ad esempio meccanismi per «monitorare o imporre il rispetto degli impegni presi dagli investitori» quando a lavoro e infrastrutture, controllare che i paesi coinvolti ne ricavito un giusto reddito.
Eppure stiamo parlando di grandi porzioni di territorio: lo studio di Ifad e Fao riguarda 2,5 milioni di ettari di terre, pari a grossomodo metà delle terre coltivabili della Gran Bretagna (secondo una stima dell'ufficio studi della Nestlé, citata ieri dal Financial times, il totale degli investimenti messi a segno finora in Africa, America Latina e Africa supera in realtà i 15 milioni di ettari, cioè metà della superfice dell'Italia). Terre da cui i coltivatori locali sono espulsi: e gratis.
Dunque: paesi ricchi ma con poca terra coltivabile vanno a comprare terre altrove. Il fatto è che «comprare» è una parola inesatta, almeno a quanto afferma un rapporto compilato da due agenzie delle Nazioni unite, il Fondo per l'Agricoltura e l'alimentazione (Fao) e il Fondo internazionale per l'agricoltura e lo sviluppo (Ifad), entrambe con sede a Roma. Nel rapporto «Land grab or development opportunity?» si sottolinea che diversi paesi africano stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile quasi gratis, in cambio di pressoché nulla salvo aleatorie promesse di investimenti e posti di lavoro. «Gran parte degli accordi di cessione di terre documentati da quasto studio coinvolgono pagamenti simbolici o nessun pagamento», si legge nel rapporto. Contengono invece impegni su investimenti per lo sviluppo di infrastrutture e creazione di lavoro, ma mancano di concretezza».
Il rapporto analizza in particolare grandi accordi di cessione di terre (più di mille ettari per volta) in Etiopia, Ghana, Madagascar, Mali e Sudan, oltre a «casi di studio» in Mozambico e in Tanzania. Avverta che i dato sugli accordi di cessione di terre sono in generale «scarsi e poco affidabili». Gli «acquirenti» vanno dall'Arabia saudita e altri paesi petroliferi del Golfo come il Qatar, alla corea del sud, alla Cina. Tra gli esperti c'è grande discussione se questi investimenti in terre possano favorire lo sviluppo di poveri paesi africani e quindi dare un impulso alla sua crescita - o se invece siano una nuova forma di «neocolonialismo». Gli stessi esperti della Fao e dell'Ifad evitano di prendere posizione in modo troppo esplòicito. Ma nel loro studio dicono che in tutti i casi analizzati, «virtualmente tutti i contratti \ sono «estremamente brevi e semplificati, rispetti alla realtà economica della transazione»: mancano ad esempio meccanismi per «monitorare o imporre il rispetto degli impegni presi dagli investitori» quando a lavoro e infrastrutture, controllare che i paesi coinvolti ne ricavito un giusto reddito.
Eppure stiamo parlando di grandi porzioni di territorio: lo studio di Ifad e Fao riguarda 2,5 milioni di ettari di terre, pari a grossomodo metà delle terre coltivabili della Gran Bretagna (secondo una stima dell'ufficio studi della Nestlé, citata ieri dal Financial times, il totale degli investimenti messi a segno finora in Africa, America Latina e Africa supera in realtà i 15 milioni di ettari, cioè metà della superfice dell'Italia). Terre da cui i coltivatori locali sono espulsi: e gratis.





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