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ALIMENTAZIONE, PALESTINESI
L'acqua di Faqua
Marina Zenobio
2009.06.24
Nel distretto di Jenin, su di un'alta collina della Cisgiordania occupata con vista panoramica sulla valle del fiume Giordano, a un'ora di auto da Ramallah e vicina alle frontiere di Siria e Libano, si trova il villaggio di Faqua. La vita dei suoi 5000 residenti palestinesi è resa impossibile a causa del muro costruito dagli israeliani per separarli da Maale Gilboa - un kibbutz religioso dove vivono 400 coloni - e anche perché Faqua non è connessa ad alcuna rete idrica. Infatti per il rifornimento di acqua il villaggio dipende totalmente dalle autobotti israeliane che gliela vendono a un prezzo esorbitante. E comunque non basta alle necessità della popolazione. La metà degli adulti a Faqua sono disoccupati, l'allevamento del bestiame è calato da 7000 a 2000 capi per la mancanza di acqua e per le espropriazioni delle terre palestinesi su cui è stato innalzato il muro. Ironia della sorte vuole che Faqua in arabo significhi «fonte delle bolle d'acqua», perché il suo sottosuolo abbonda di risorse idriche; ma sono sorgenti sotterranee a cui i residenti palestinesi non possono avere accesso perché sotto controllo israeliano.
I problemi sono iniziati nel 1948 con la creazione dello stato di Israele, quando 2 ettari e mezzo di quel territorio (Faqua complessivamente ne occupa 3,6) e la maggior parte delle fonti sotterranee di acqua passarono nelle mani dello stato ebraico. Da allora, e anche dopo gli accordi di pace sottoscritti ad Oslo nel '93, i palestinesi hanno continuato a soffrire per la carenza di acqua. Lo ammette anche la Banca mondiale, in uno studio condotto da settembre 2008 a febbraio 2009 e pubblicato lo scorso aprile, dal quale emerge che le restrizioni cui è soggetto il popolo palestinese rappresentano uno dei principali ostacoli al suo sviluppo economico, sottolineando la completa dipendenza palestinese dalle scarse risorse acquifere condivise e quasi interamente controllate da Israele. È il caso di ricordare che la Cisgiordania è divisa in tre zone: A, sotto controllo palestinese; B, sotto controllo congiunto palestinese-israeliano; C, sotto controllo totalmente israeliano. Faqua si trova proprio nella zona C e per i residenti in quest'area è molto difficile ottenere dalle autorità occupanti le autorizzazioni necessarie per lo scavo di un pozzo o il collegamento alla rete dell'azienda idrica israeliana Mekorot.
Dal 2000 i palestinesi della zona C aspettano il permesso dalle autorità israeliane per poter costruire una rete di tubature, ha raccontato a Ips Abu Farha, capo del consiglio di Faqua. Ma Israele non permette neanche di riparare i pozzi che erano stati costruiti anni fa. Nel frattempo sono costretti a utilizzare l'acqua delle autobotti israeliani di cui non si conosce né la provenienza né la qualità; l'unica cosa certa è che molti bambini e bambine palestinesi si ammalano spesso di diarrea e altre patologie causate dal batterio Escherichia coli.
A 500 metri dal perimetro di Faqua, invece, i coloni israeliani di Maala Gilboa chiaramente possono scavare profondi pozzi e riparare quelli danneggiati, sono collegati alla rete idrica di Mekerot e possono annaffiare a qualsiasi ora le loro rigogliose coltivazioni e coloratissimi giardini. Se lo possono permettere, perché ogni abitante di Israele ha a disposizione quasi 100 litri di acqua al giorno. Come da raccomandazione dell'Organizzazione mondiale della sanità, che purtroppo non vale per gli abitanti di Faqua. I quali - come tutti i palestinesi della Cisgiordania - di litri di acqua al giorno ne hanno a disposizione meno di 30.
I problemi sono iniziati nel 1948 con la creazione dello stato di Israele, quando 2 ettari e mezzo di quel territorio (Faqua complessivamente ne occupa 3,6) e la maggior parte delle fonti sotterranee di acqua passarono nelle mani dello stato ebraico. Da allora, e anche dopo gli accordi di pace sottoscritti ad Oslo nel '93, i palestinesi hanno continuato a soffrire per la carenza di acqua. Lo ammette anche la Banca mondiale, in uno studio condotto da settembre 2008 a febbraio 2009 e pubblicato lo scorso aprile, dal quale emerge che le restrizioni cui è soggetto il popolo palestinese rappresentano uno dei principali ostacoli al suo sviluppo economico, sottolineando la completa dipendenza palestinese dalle scarse risorse acquifere condivise e quasi interamente controllate da Israele. È il caso di ricordare che la Cisgiordania è divisa in tre zone: A, sotto controllo palestinese; B, sotto controllo congiunto palestinese-israeliano; C, sotto controllo totalmente israeliano. Faqua si trova proprio nella zona C e per i residenti in quest'area è molto difficile ottenere dalle autorità occupanti le autorizzazioni necessarie per lo scavo di un pozzo o il collegamento alla rete dell'azienda idrica israeliana Mekorot.
Dal 2000 i palestinesi della zona C aspettano il permesso dalle autorità israeliane per poter costruire una rete di tubature, ha raccontato a Ips Abu Farha, capo del consiglio di Faqua. Ma Israele non permette neanche di riparare i pozzi che erano stati costruiti anni fa. Nel frattempo sono costretti a utilizzare l'acqua delle autobotti israeliani di cui non si conosce né la provenienza né la qualità; l'unica cosa certa è che molti bambini e bambine palestinesi si ammalano spesso di diarrea e altre patologie causate dal batterio Escherichia coli.
A 500 metri dal perimetro di Faqua, invece, i coloni israeliani di Maala Gilboa chiaramente possono scavare profondi pozzi e riparare quelli danneggiati, sono collegati alla rete idrica di Mekerot e possono annaffiare a qualsiasi ora le loro rigogliose coltivazioni e coloratissimi giardini. Se lo possono permettere, perché ogni abitante di Israele ha a disposizione quasi 100 litri di acqua al giorno. Come da raccomandazione dell'Organizzazione mondiale della sanità, che purtroppo non vale per gli abitanti di Faqua. I quali - come tutti i palestinesi della Cisgiordania - di litri di acqua al giorno ne hanno a disposizione meno di 30.





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