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AMBIENTE, ETNIE
Le acque di Nelteme
Fulvio Gioanetto
2009.07.08
Le comunità indigene mapuche di Panguipulli stanno lottando da parecchi anni per evitare che il paesaggio del lago Neltume e Choshuenco e del fiume Fuy, in Patagonia orientale, sia per sempre modificato da un progetto idroelettrico. Incaricata dell'opera monumentale sarebbe la impresa costruttrice norvegese SN/Power, in consorzio con le cilene Endesa (sussidiaria dell'impresa elettrica spagnola), Colbun e Enel (sussidiaria dell'impresa italiana).
Il megaprogetto viola gli articoli 2 e 7 della Conventione dell'Oil sui popoli indigeni, dice un comunicato diffuso dall'agenzia di notizie mapuche si afferma che le comunitá Inalafken, il parlamento indigena regionale Koz Koz e l'organizzazione mapuche Meli Wixan Mapu: «Riconosciamo, onoriamo e rispettiamo l'acqua come elemento sacro che sostiene tutta la vita, così come ce lo insegnano le conoscenze, le leggi e le forme di vita tradizionali che ci hanno permesso di inizare a essere responsabili», si legge. «Abbiamo il diritto all'autodeterminazione delle nostre risorse naturali, acqua inclusa. La libera determinazione significa il diritto di controllare le nostre istituzioni, territori, risorse, strutture social senza nessuna dominazione ne interferenza esterna». (http://www.mapuexpress.net). L'impresa, denunciano, sta manipolando la popolazione, offrendo lavoro, aiuti economici per riparare le povere case, infrastruttura sanitaria, parlano di risistemare le famiglie che saranno costrette a spostarsi per fare posto alle dighe. Ma avanzano molti dubbi su queste promesse. Il Cile è un paese alla costante ricerca di fonti energetiche: e fiumi e laghi della Patagonia cilena, dove l'acqua è più abbondante, sono molto ambiti. Secondo la rete di ricercatori che appoggia la campagna internazionale contro le dighe (www.patagoniasinrepresas.cl), «per produrre energia è fondamentale ottimizzare gli impianti già esistenti nei fiumi patagonici, dove già esistono alcune dighe. Questo nuovo progetto avrà un impatto catastrofico sull'ecosistema, anche perché non esiste una diga che non modifichi il flusso, la temperatura, il sedimento e la dinamica di un fiume». L'energia prodotta con i nuovi progetti non servirà per lo sviluppo locale ma sarà trasportata a più di 2000 kilometri al nord, per rifornire le industrie minerarie e la forte domanda energetica della capitale Santiago. E' il caso della regione di Aysen, dove la multinazionale elettrica spagnola Endesa sta progettando di costruire cinque dighe sul tracciato dei fiumi Baker, Pascua, Cuervo, Blanco, Condor e Puelo inondando 5000 ettari di terre vergini. E però, grazie all'efficace campagna condotta dalla coalizione «Patagonia Sin Represas», l'opposizione da parte dell'opinione pubblica cilena sta crescendo. Un sondaggio nazionale effettuato lo scorso aprile mostra che 57.6% della cittadinanza non è d'accordo con il progetto, contro il 31.4% a favore. In assenza di studi di impatto ambientale trasparenti e pubblici, sono le comunità mapuche a segnalare i cambiamenti da attendersi dal progetto di Neltume. E accanto ai rischi ecologici ed economici, c'è il timore che il proprio stile di vita sia travolto: «Si perderanno per sempre bellezza e risorse naturali uniche al mondo oltre all'economia di sussistenza delle famiglie. Le imprese idroelettriche, oltre a inondare luoghi sacri, porteranno l'arrivo di 4000 lavoratori esterni che provocheranno alcolismo, tossicodipendenza, nascite di bambini orfani, delinquenza e il degrado culturale e spirituale causato dalla ricollocazione delle famiglie mapuche espulse».
Il megaprogetto viola gli articoli 2 e 7 della Conventione dell'Oil sui popoli indigeni, dice un comunicato diffuso dall'agenzia di notizie mapuche si afferma che le comunitá Inalafken, il parlamento indigena regionale Koz Koz e l'organizzazione mapuche Meli Wixan Mapu: «Riconosciamo, onoriamo e rispettiamo l'acqua come elemento sacro che sostiene tutta la vita, così come ce lo insegnano le conoscenze, le leggi e le forme di vita tradizionali che ci hanno permesso di inizare a essere responsabili», si legge. «Abbiamo il diritto all'autodeterminazione delle nostre risorse naturali, acqua inclusa. La libera determinazione significa il diritto di controllare le nostre istituzioni, territori, risorse, strutture social senza nessuna dominazione ne interferenza esterna». (http://www.mapuexpress.net). L'impresa, denunciano, sta manipolando la popolazione, offrendo lavoro, aiuti economici per riparare le povere case, infrastruttura sanitaria, parlano di risistemare le famiglie che saranno costrette a spostarsi per fare posto alle dighe. Ma avanzano molti dubbi su queste promesse. Il Cile è un paese alla costante ricerca di fonti energetiche: e fiumi e laghi della Patagonia cilena, dove l'acqua è più abbondante, sono molto ambiti. Secondo la rete di ricercatori che appoggia la campagna internazionale contro le dighe (www.patagoniasinrepresas.cl), «per produrre energia è fondamentale ottimizzare gli impianti già esistenti nei fiumi patagonici, dove già esistono alcune dighe. Questo nuovo progetto avrà un impatto catastrofico sull'ecosistema, anche perché non esiste una diga che non modifichi il flusso, la temperatura, il sedimento e la dinamica di un fiume». L'energia prodotta con i nuovi progetti non servirà per lo sviluppo locale ma sarà trasportata a più di 2000 kilometri al nord, per rifornire le industrie minerarie e la forte domanda energetica della capitale Santiago. E' il caso della regione di Aysen, dove la multinazionale elettrica spagnola Endesa sta progettando di costruire cinque dighe sul tracciato dei fiumi Baker, Pascua, Cuervo, Blanco, Condor e Puelo inondando 5000 ettari di terre vergini. E però, grazie all'efficace campagna condotta dalla coalizione «Patagonia Sin Represas», l'opposizione da parte dell'opinione pubblica cilena sta crescendo. Un sondaggio nazionale effettuato lo scorso aprile mostra che 57.6% della cittadinanza non è d'accordo con il progetto, contro il 31.4% a favore. In assenza di studi di impatto ambientale trasparenti e pubblici, sono le comunità mapuche a segnalare i cambiamenti da attendersi dal progetto di Neltume. E accanto ai rischi ecologici ed economici, c'è il timore che il proprio stile di vita sia travolto: «Si perderanno per sempre bellezza e risorse naturali uniche al mondo oltre all'economia di sussistenza delle famiglie. Le imprese idroelettriche, oltre a inondare luoghi sacri, porteranno l'arrivo di 4000 lavoratori esterni che provocheranno alcolismo, tossicodipendenza, nascite di bambini orfani, delinquenza e il degrado culturale e spirituale causato dalla ricollocazione delle famiglie mapuche espulse».





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