terra terra
G8, AMBIENTE, AGRICOLTURA
Il grande furto della terra
Marinella Correggia
2009.07.10
Li chiamano pudicamente «investimenti agricoli internazionali», ma si potrebbero meglio definire accaparramenti di terre agricole, soprattutto in Africa e in Asia, da parte di stati esteri con poco suolo, abbastanza denaro e il timore di vedere aumentare la propria bolletta alimentare (v. «terra terra» del 29 maggio scorso sul fenomeno del «farmland grabbing»). Un fenomeno rampante che ha ispirato i G8 a una dichiarazione d'intenti: «sviluppare con i paesi partner e le organizzazioni internazionali proposte congiunte su principi e buone pratiche». In particolare il Giappone, il maggiore importatore netto di alimenti e storicamente un grosso investitore in agricoltura, è preoccupato della cattiva fama e dell'accusa di neocolonialismo che ultimamente tali investimenti si sono attirati: 20 milioni di ettari venduti o in trattativa solo negli ultimi sei mesi, dati Fao citati dal quotidiano inglese «Guardian». I nipponici sono dunque disponibili a presiedere, a lato dell'Assemblea generale dell'Onu a settembre, un incontro internazionale per elaborare un insieme di linee guida, però non vincolanti così da non disincentivare gli acquisti «buoni».
Ma a cosa hanno portato i codici di condotta non vincolanti per le multinazionali in materia di ambiente e diritti dei lavoratori? Praticamente a nulla. Tanto che gruppi non governativi chiedono piuttosto una commissione Onu indipendente per elaborare un codice di condotta «obbligatorio», basato sul principio del consenso informato da parte dei paesi destinatari, con adeguate compensazioni delle comunità danneggiate e una valutazione dell'impatto del commercio globale di terre sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussustenza. O così, o niente acquisti di altrui terre. I sostenitori degli investimenti agricoli fuori frontiera dicono che si tratta di un modo per fornire a zone derelitte un pacchetto di semi, tecnologia, denaro per lo sviluppo agricolo. E in effetti se i G8 si chinano sul fenomeno del «farmland grabbing» è nel quadro di una ennesima loro «iniziativa per la sicurezza alimentare», che dovrebbe prevedere l'esborso di 15 miliardi di dollari a favore dell'agricoltura nei paesi impoveriti (ufficialmente sempre definiti «in via di sviluppo»), con lo scopo di diminuire le emergenze alimentari in futuro.
Ma ecco il punto. E' evidente che se paesi abbienti e importatori di alimenti (Arabia Saudita, Corea, Svezia, Libia), come anche paesi «rampanti» tipo Sudafrica e Cina (ma la stessa India ha prestato denaro a 80 sue compagnie per comprare 350.000 ettari in Africa), con acquisti e prese in concessione di terre, perseguono una sicurezza alimentare a buon mercato contro gli aumenti dei prezzi delle importazioni alimentari, questo può cozzare con l'imperativo ben più vitale della sicurezza alimentare in paesi africani alla fame come Etiopia, Madagascar, Congo, Zambia.
Quanto agli «aiuti» per l'agricoltura dei poveri promessi dal G8, ecco l'ammonimento di Bioversity International, organizzazione internazionale per la promozione della biodiversità in agricoltura: «non serviranno se il pensiero che domina la ricerca scientifica non evolve rispetto a quello che era 20 anni fa», concentrato unicamente sull'aumento della produzione, niente affatto adatto a tutti i contesti. Occorre dunque sostenere progetti e ricerche che permettano ai piccoli agricoltori africani di avere pieno accesso alla biodiversità agraria. Un fattore essenziale - come la terra - per aiutare una maggiore adattabilità ai cambiamenti climatici, una migliore alimentazione e la protezione dell'ambiente.
Ma a cosa hanno portato i codici di condotta non vincolanti per le multinazionali in materia di ambiente e diritti dei lavoratori? Praticamente a nulla. Tanto che gruppi non governativi chiedono piuttosto una commissione Onu indipendente per elaborare un codice di condotta «obbligatorio», basato sul principio del consenso informato da parte dei paesi destinatari, con adeguate compensazioni delle comunità danneggiate e una valutazione dell'impatto del commercio globale di terre sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussustenza. O così, o niente acquisti di altrui terre. I sostenitori degli investimenti agricoli fuori frontiera dicono che si tratta di un modo per fornire a zone derelitte un pacchetto di semi, tecnologia, denaro per lo sviluppo agricolo. E in effetti se i G8 si chinano sul fenomeno del «farmland grabbing» è nel quadro di una ennesima loro «iniziativa per la sicurezza alimentare», che dovrebbe prevedere l'esborso di 15 miliardi di dollari a favore dell'agricoltura nei paesi impoveriti (ufficialmente sempre definiti «in via di sviluppo»), con lo scopo di diminuire le emergenze alimentari in futuro.
Ma ecco il punto. E' evidente che se paesi abbienti e importatori di alimenti (Arabia Saudita, Corea, Svezia, Libia), come anche paesi «rampanti» tipo Sudafrica e Cina (ma la stessa India ha prestato denaro a 80 sue compagnie per comprare 350.000 ettari in Africa), con acquisti e prese in concessione di terre, perseguono una sicurezza alimentare a buon mercato contro gli aumenti dei prezzi delle importazioni alimentari, questo può cozzare con l'imperativo ben più vitale della sicurezza alimentare in paesi africani alla fame come Etiopia, Madagascar, Congo, Zambia.
Quanto agli «aiuti» per l'agricoltura dei poveri promessi dal G8, ecco l'ammonimento di Bioversity International, organizzazione internazionale per la promozione della biodiversità in agricoltura: «non serviranno se il pensiero che domina la ricerca scientifica non evolve rispetto a quello che era 20 anni fa», concentrato unicamente sull'aumento della produzione, niente affatto adatto a tutti i contesti. Occorre dunque sostenere progetti e ricerche che permettano ai piccoli agricoltori africani di avere pieno accesso alla biodiversità agraria. Un fattore essenziale - come la terra - per aiutare una maggiore adattabilità ai cambiamenti climatici, una migliore alimentazione e la protezione dell'ambiente.





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