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AGRICOLTURA
Tempi duri per i saggi
Marinella Correggia
2009.07.15
La comunità quechua della regione peruviana di Cuzco gestisce con saggezza le oltre 2.000 varietà di patate in quella che è considerata la zona d'origine di questo tubero, importante alimento di base in tanti paesi ma anche simbolo culturale. Negli anni Settanta molte varietà furono stoccate al Centro internazionale della patata (Cip), vicino a Lima. Ma le politiche del governo per la modernizzazione dell'agricoltura hanno portato a un uso generalizzato di pesticidi, fertilizzanti e nuove varietà in regime monocolturale, con la perdita delle varietà tradizionali. Così, sei comunità quechua hanno deciso di creare il Parque de la papa (Parco della patata) su diecimila ettari, «rimpatriando» e riportando in terra centinaia di varietà conservate al Cip. La famiglia biodiversa è destinata ad allargarsi a ottobre.
Ma se il Cip ha favorito l'idea riconoscendo che la proprietà intellettuale in tema di risorse genetiche agricole appartiene alle comunità, non si può dire altrettanto di altre istituzioni, nazionali o internazionali. L'Institute for Environment and Development (Iied) ha presentato il rapporto «Protecting traditional knowledge from the grassoroots up» a Ginevra nei giorni scorsi, alla 14ma sessione del Comitato intergovernativo sulla proprietà intellettuale, le risorse genetiche, la conoscenza tradizionale e il folclore (Igc), un comitato interno alla World intellectual property organization (Wipo). La Wipo è l'organizzazione dell'Onu che si occupa, recita il suo sito, «dello sviluppo di un sistema internazionale della proprietà intellettuale che sia equilibrato e accessibile, premi la creatività, stimoli l'innovazione e contribuisca allo sviluppo economico salvaguardando l'interesse pubblico». Un fine statutario abbastanza composito... Infatti non c'è accordo nella Wipo sulla «road map» futura: se ne discuterà all'Assemblea dell'organizzazione, in settembre.
I gruppi indigeni continuano a chiedere una partecipazione effettiva nel Comitato Igc, e a rivendicare la sovranità - senza brevetti - sulle conoscenze tradizionali collettive che la proprietà intellettuale convenzionale non copre e che sono da sempre saccheggiate dalla «biopirateria» multinazionale (si pensi agli sviluppi farmaceutici fondati sulle proprietà medicinali di erbe e piante).
Le idee, i saperi, i semi, le forme di vita non possono essere privatizzate, l'accesso deve rimanere non esclusivo di altri, i benefici devono essere condivisi, sostiene il rapporto dell'Iied. Il problema è che poi i paesi possono aggirare eventuali regole internazionali a protezione delle conoscenze tradizionali stringendo accordi commerciali bilaterali più lassisti. Ad esempio nell'Accordo di libero scambio fra Perú e Stati uniti, il primo ignora gli accordi stretti in sede di Comunità andina a protezione appunto dei saperi tradizionali e permette le bioprospezioni e successive brevettazioni da parte di compagnie statunitensi (e alle colture Ogm, una minaccia alla ricchezza genetica).
La proprietà intellettuale che limita l'accesso alla conoscenza e alle risorse genetiche e crea monopoli su incitamento delle compagnie farmaceutiche e sementiere aumenta anche i rischi di fronte al cambiamento climatico, secondo il rapporto dell'Iied: «Proprio questa emergenza globale richiede flessibilità e adattabilità, mentre quel che sta succedendo è che le compagnie di biotecnologie usano i cambiamenti climatici e promettono di sviluppare varietà colturali resistenti alla siccità e al calore, ma solo se potranno brevettarle». Sottraendole dunque all'uso comunitario diffuso.
Ma se il Cip ha favorito l'idea riconoscendo che la proprietà intellettuale in tema di risorse genetiche agricole appartiene alle comunità, non si può dire altrettanto di altre istituzioni, nazionali o internazionali. L'Institute for Environment and Development (Iied) ha presentato il rapporto «Protecting traditional knowledge from the grassoroots up» a Ginevra nei giorni scorsi, alla 14ma sessione del Comitato intergovernativo sulla proprietà intellettuale, le risorse genetiche, la conoscenza tradizionale e il folclore (Igc), un comitato interno alla World intellectual property organization (Wipo). La Wipo è l'organizzazione dell'Onu che si occupa, recita il suo sito, «dello sviluppo di un sistema internazionale della proprietà intellettuale che sia equilibrato e accessibile, premi la creatività, stimoli l'innovazione e contribuisca allo sviluppo economico salvaguardando l'interesse pubblico». Un fine statutario abbastanza composito... Infatti non c'è accordo nella Wipo sulla «road map» futura: se ne discuterà all'Assemblea dell'organizzazione, in settembre.
I gruppi indigeni continuano a chiedere una partecipazione effettiva nel Comitato Igc, e a rivendicare la sovranità - senza brevetti - sulle conoscenze tradizionali collettive che la proprietà intellettuale convenzionale non copre e che sono da sempre saccheggiate dalla «biopirateria» multinazionale (si pensi agli sviluppi farmaceutici fondati sulle proprietà medicinali di erbe e piante).
Le idee, i saperi, i semi, le forme di vita non possono essere privatizzate, l'accesso deve rimanere non esclusivo di altri, i benefici devono essere condivisi, sostiene il rapporto dell'Iied. Il problema è che poi i paesi possono aggirare eventuali regole internazionali a protezione delle conoscenze tradizionali stringendo accordi commerciali bilaterali più lassisti. Ad esempio nell'Accordo di libero scambio fra Perú e Stati uniti, il primo ignora gli accordi stretti in sede di Comunità andina a protezione appunto dei saperi tradizionali e permette le bioprospezioni e successive brevettazioni da parte di compagnie statunitensi (e alle colture Ogm, una minaccia alla ricchezza genetica).
La proprietà intellettuale che limita l'accesso alla conoscenza e alle risorse genetiche e crea monopoli su incitamento delle compagnie farmaceutiche e sementiere aumenta anche i rischi di fronte al cambiamento climatico, secondo il rapporto dell'Iied: «Proprio questa emergenza globale richiede flessibilità e adattabilità, mentre quel che sta succedendo è che le compagnie di biotecnologie usano i cambiamenti climatici e promettono di sviluppare varietà colturali resistenti alla siccità e al calore, ma solo se potranno brevettarle». Sottraendole dunque all'uso comunitario diffuso.




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