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AMBIENTE, COMMERCIO
Vittime del carbon trade
Marinella Correggia
2009.09.08
Moderne indulgenze: gli scambi dei diritti di emissione, obbligatori o volontari, permettono in sostanza a chi può pagare - e non costa tanto - di acquisire il diritto di pesare sul clima più di quanto dovrebbe. Funziona infatti così: invece di ridurre le emissioni, compagnie e settori possono comprarsi il diritto di continuare a riscaldare il pianeta, compensando con progetti che altrove riducono o ridurrebbero le emissioni. Il Meccanismo per lo sviluppo pulito creato dal protocollo di Kyoto (la cui operatività scade nel 2012: il prossimo dicembre a Copenaghen si dovrebbe trovare un «modus vivendi» - è il caso di dirlo - dal 2012 in avanti) permette ad esempio due tipi di compensazioni quanto a interventi forestali: la riforestazione di aree in precedenza forestate, e piantumazioni ex novo: mettere alberi dove non ci sono stati nei precedenti 50 anni.
Le Nazioni Unite considerano il mercato del carbonio un sistema efficiente per guidare gli investimenti verso il taglio delle emissioni globali. Ma ci sono molti «ma». Il mercato del carbonio è diviso in due. Da un lato c'è il mercato obbligatorio, stabilito dal Meccanismo per lo sviluppo pulito o Clean Development Mechanism-Cdm, e dal Sistema europeo di scambio delle emissioni- Ets, programmi obbligatori che valgono 32 miliardi di dollari all'anno. Dall'altro c'è il mercato delle compensazioni volontarie, molto più piccolo ma in crescita, che coinvolge individui, compagnie e anche governi consentendo loro di pagare per progetti che mitigano le loro emissioni: impianti eolici o altre fonti di energia rinnovabile, recupero del metano (potente gas serra) dalle discariche, riforestazione. (Altri importanti interventi finora negletti sarebbero la coltivazione del riso a secco anziché in acqua e la riduzione degli allevamenti soprattutto bovini, intensivi ed estensivi e molto altro). Nel 2008 le compensazioni volontarie hanno totalizzato 123 milioni di tonnellate di crediti di carbonio, raddoppiando rispetto al 2007. In soldi fanno 705 milioni di dollari.
Le compensazioni volontarie si prestano a giochetti più piccoli ma ancora più sporchi di quelli del mercato obbligatorio. Ad esempio in Uganda la «Fondazione per le foreste che assorbono le emissioni di anidride carbonica» (Face), un'organizzazione olandese «impegnata» in questo commercio, sta provocando danni alle popolazioni locali. Ne riferisce l'agenzia di stampa Inter Press Service (Ips): per far spazio ai nuovi alberi, abitanti indigeni dell'etnia benet sono stati sloggiati come intrusi. Il progetto della Face consiste nel piantumare 25 mila ettari per compensare le emissioni di una nuova centrale a carbone (potenza 600 megawatt) in Olanda. Per inciso la Face vende poi i crediti a GreenSeat, una compagnia olandese che ha diversi clienti in Occidente: soprattutto compagnie aeree. Piace molto ai viaggiatori il fatto di «scaricare» il rilevante peso di un tragitto aereo pagando pochi euro per «piantare alberi da qualche parte«). Ad esempio, GreenSeat chiedeva soli 28 dollari per piantare 66 alberi così da «annullare» (!) l'effetto climatico di un viaggio andata e ritorno Francoforte-Kampala, circa due tonnellate di emissione a viaggiatore.
Il progetto della Face in Uganda è assicurato per 99 anni ma ecco il «terzo incomodo»: le comunità indigene della montagna che si vi oppongono decisamente. Moses Mwanga, portavoce di un'organizzazione che li sostiene, ha detto all'Ips che le evizioni forzate hanno provocato grandi sofferenze ai Benet, che ora vivono in slum, dopo aver perso le terre e i miseri beni.
Le Nazioni Unite considerano il mercato del carbonio un sistema efficiente per guidare gli investimenti verso il taglio delle emissioni globali. Ma ci sono molti «ma». Il mercato del carbonio è diviso in due. Da un lato c'è il mercato obbligatorio, stabilito dal Meccanismo per lo sviluppo pulito o Clean Development Mechanism-Cdm, e dal Sistema europeo di scambio delle emissioni- Ets, programmi obbligatori che valgono 32 miliardi di dollari all'anno. Dall'altro c'è il mercato delle compensazioni volontarie, molto più piccolo ma in crescita, che coinvolge individui, compagnie e anche governi consentendo loro di pagare per progetti che mitigano le loro emissioni: impianti eolici o altre fonti di energia rinnovabile, recupero del metano (potente gas serra) dalle discariche, riforestazione. (Altri importanti interventi finora negletti sarebbero la coltivazione del riso a secco anziché in acqua e la riduzione degli allevamenti soprattutto bovini, intensivi ed estensivi e molto altro). Nel 2008 le compensazioni volontarie hanno totalizzato 123 milioni di tonnellate di crediti di carbonio, raddoppiando rispetto al 2007. In soldi fanno 705 milioni di dollari.
Le compensazioni volontarie si prestano a giochetti più piccoli ma ancora più sporchi di quelli del mercato obbligatorio. Ad esempio in Uganda la «Fondazione per le foreste che assorbono le emissioni di anidride carbonica» (Face), un'organizzazione olandese «impegnata» in questo commercio, sta provocando danni alle popolazioni locali. Ne riferisce l'agenzia di stampa Inter Press Service (Ips): per far spazio ai nuovi alberi, abitanti indigeni dell'etnia benet sono stati sloggiati come intrusi. Il progetto della Face consiste nel piantumare 25 mila ettari per compensare le emissioni di una nuova centrale a carbone (potenza 600 megawatt) in Olanda. Per inciso la Face vende poi i crediti a GreenSeat, una compagnia olandese che ha diversi clienti in Occidente: soprattutto compagnie aeree. Piace molto ai viaggiatori il fatto di «scaricare» il rilevante peso di un tragitto aereo pagando pochi euro per «piantare alberi da qualche parte«). Ad esempio, GreenSeat chiedeva soli 28 dollari per piantare 66 alberi così da «annullare» (!) l'effetto climatico di un viaggio andata e ritorno Francoforte-Kampala, circa due tonnellate di emissione a viaggiatore.
Il progetto della Face in Uganda è assicurato per 99 anni ma ecco il «terzo incomodo»: le comunità indigene della montagna che si vi oppongono decisamente. Moses Mwanga, portavoce di un'organizzazione che li sostiene, ha detto all'Ips che le evizioni forzate hanno provocato grandi sofferenze ai Benet, che ora vivono in slum, dopo aver perso le terre e i miseri beni.





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