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AMBIENTE, ETNIE, PENA DI MORTE
Fernando per Madre Terra
Marinella Correggia
2009.09.19
Quante lotte indigene socioambientali dimenticate o sconosciute agitano il pianeta? Oltre ai siti di approfondimento di diversi conflitti ambientali (www.cdca.it) e alle agenzie stampa ricche di reportage sull'argomento (www.ips.net), oltre ai portali dedicati (http://www.ecologicalinternet.org), per una fruizione rapida tipo notiziario, mensilmente aggiornato, ecco il bollettino informatico «Underreported Struggles» (www.intercontinentalcry.org).
Quel che colpisce dalla lettura è la forza mondiale dei movimenti nativi, così minoritari in cifre. Dal Canada alle Ande, dall'Australia all'India, dal Kenya alla Papuasia, l'estrazione sconsiderata di risorse minerarie o lo sfruttamento di suoli e foreste vede in loro i migliori difensori di Madre Terra. A costo della vita come dimostrano i recenti massacri in Colombia e Perú; o di onerosi processi come nel caso di First Nations - i nativi canadesi non Inuit - contro multinazionali estrattive; o della forzata evizione dei boscimani che davano fastidio alle miniere di diamanti in Botswana; o dell'inquinamento radioattivo nelle terre dei Baluchi i quali chiedono la denuclearizzazione del Pakistan; o dell'esibizione ai turisti del popolo Jarawa, in India, vissuto in isolamento volontario per secoli e ora assediato da un «ecoalbergo»...
Ma ci sono anche esiti positivi. In Papua è nata la Milda, Alleanza degli indigeni della Melanesia per la difesa della terra, per coordinare gli sforzi in tutta l'area. I Penan del Borneo sono capaci di bloccare con i loro corpi le imprese di taglio che distruggono la foresta. Il piccolo gruppo di Awa (trecento persone) nello stato brasiliano di Maranhão ha vinto il ricorso contro allevatori e coloni abusivamente insediatisi sulle terre demarcate.
Sembrano avere una marcia in più questi popoli che riescono a lottare per Madre Terra anche in situazioni estreme. È il caso di Fernando Eros Caro. Nativo americano di ascendenze yaqui, una tribù di Sonora, ora Valle Imperiale della California del Sud. Ex lavoratore fra i veleni dell'agricoltura californiana. Adesso pittore, affrescatore, poeta, scrittore. «Saai Maso» (Fratello cervo), un suo libro zeppo di racconti e miti yaqui con morale, poesie, ricordi, pensieri sparsi, disegni e perfino un minidizionario - un ottimo strumento scolastico, difatti usato per opere teatrali e musicali - è stato appena pubblicato dalla «Wicasa onlus». Costa 5 euro e i diritti d'autore vanno interamente alla difesa legale di Fernando. Già, perché da 26 anni lui si trova nel braccio della morte a San Quentin, in California. I suoi affreschi colorano la sala visite. Tre volte gli è stata fissata l'esecuzione. Adesso si teme la riapertura del processo per farlo ricondannare a morte.
Eppure il loculo senza orizzonte in cui vive sembra aver fatto su di lui l'effetto che il fango fa ai fiori di loto: li lascia crescere senza contaminarli. Bianchi come le colombe che per un periodo fecero il nido nel cortile del carcere e alle quali è dedicato un racconto. Con la penna e il pennello Fernando canta la capacità di comunicare con Madre Terra, che secondo lui molti a piede libero ma prigionieri di asfalto e cemento hanno perso, incapaci di guardare il cielo o apprezzare un fiore che esce dalla lava o sentire il respiro del deserto o sapere che fanno ancora parte della natura. La quale è addolorata e ferita e verrebbe voglia di curarla, «ma poi si scopre che sono proprio gli umani che hanno bisogno di cure». Madre Terra ci manda «un messaggio di antica saggezza, insegnandoci che abbiamo lo stesso potenziale nascosto dentro».
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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