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AMBIENTE, ENERGIA
La crisi fa bene al clima
Marina Forti
2009.09.22
C'è un «effetto collaterale» positivo nella crisi delle grandi economie mondiali? Tutto sommato sì, e lo sottolinea l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie): la recessione ha prodotto un «significativo declino» delle emissioni di anidride carbonica, uno dei principali gas «di serra» responsabili del riscaldamento dell'atmosfera terrestre. Il motivo è quasi ovvio: cala la produzione industriale, quindi l'uso di combustibili fossili, quindi le relative emissioni di CO2. Secondo i calcoli degli economisti dell'Aie, nel 2009 le emissioni di anidride carbonica attribuibili ad attività umane saranno diminuite complessivamente del 2,6%, e questo è il calo più drastico degli ultimi 40 anni - ben più drastico di quello registrato nel 1981, quando shock petrolifero e crisi economica si tradussero in una diminuzione delle emissioni di anidride carbonica del 1,3%.
Il calo della produzione industriale è la ragione principale del declino delle emissioni, ma non l'unico: lo studio dell'Aie aggiunge che diversi progetti di nuove centrali energetiche a carbone sono stati accantonati o rinviati, un po' perché è scesa la domabnda e un po' per mancanza di finanziamenti. E poi, dicono, si comincia a vedere l'effetto delle politiche dei governi per tagliare le emissioni: circa un quarto del calo delle emissioni registrato, dicono, è attribuibile a regolamentazioni, e quanche questo è senza precedenti. In particolare, il «merito» va alle regolamentazioni varate in Europa per attenersi all'obiettivo di tagliare le emissioni del 20% entro il 2020, alle misure di efficenza energetica varate dalla Cina e ai nuovi standard di efficenza energetica adottati negli Usa per le automobili.
Quello dell'Agenzia internazionale per l'energia è il primo studio sull'impatto della recessione sul clima, ed è una anticipazione del suo rapporto annuale sull'energia (World energy outlook), che sarà pubblicato il 10 novembre. E' un'anticipazione più che attuale: proprio oggi il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon presiederà un Forum mondiale sul clima a cui parteciperanno i leader mondiali, e c'è attesa per quanto potranno annunciare da un lato il presidente Usa Barack Obama, dall'altro il presidente cinese Hu Jintao, due paesi determinanti nella politica del clima. Tutto questo mentre è cominciata la fase finale dei negoziati in vista del vertice Onu sul clima nel prossimo dicembre a Copenhagen, che dovrebbe portare a un trattato che sostituisca quello di Kyoto (l'Aie preannuncia altri dettagli sul calo delle emissioni per il 6 ottobre, a margine di una nuova tornata di negoziati Onu sul clima in prepèarazione di Copenhagen).
Dunque la crisi economica ha questo «effetto collaterale». Ha però anche altri potenziali effetti sulle politiche del clima, e molto meno positivi: ad esempio quello di far calare gli investimenti in energie rinnovabili come il solare e l'eolico, che invece sono tra i capisaldi di una transizione a una economia «low carbon», con basse emissioni di carbonio. Insomma: il mondo deve usare il calo indotto dalla crisi come «una opportunità», sostiene il capo degli economisti dell'Aie, Fatih Birol, e partire da questo dato di fatto rilanciare la lotta globale contro il cambiamento del clima, «invece di lasciare che le emissioni tornino a salire come dopo altri periodi di recessione», dice in una intervista con l'agenzia Reuter. «Questo calo delle emissioni e degli investimenti in combustibili fossili avrà un significato solo se un accordo a Copenhagen lancerà un segnale agli investitori», dice Birol.
Il calo della produzione industriale è la ragione principale del declino delle emissioni, ma non l'unico: lo studio dell'Aie aggiunge che diversi progetti di nuove centrali energetiche a carbone sono stati accantonati o rinviati, un po' perché è scesa la domabnda e un po' per mancanza di finanziamenti. E poi, dicono, si comincia a vedere l'effetto delle politiche dei governi per tagliare le emissioni: circa un quarto del calo delle emissioni registrato, dicono, è attribuibile a regolamentazioni, e quanche questo è senza precedenti. In particolare, il «merito» va alle regolamentazioni varate in Europa per attenersi all'obiettivo di tagliare le emissioni del 20% entro il 2020, alle misure di efficenza energetica varate dalla Cina e ai nuovi standard di efficenza energetica adottati negli Usa per le automobili.
Quello dell'Agenzia internazionale per l'energia è il primo studio sull'impatto della recessione sul clima, ed è una anticipazione del suo rapporto annuale sull'energia (World energy outlook), che sarà pubblicato il 10 novembre. E' un'anticipazione più che attuale: proprio oggi il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon presiederà un Forum mondiale sul clima a cui parteciperanno i leader mondiali, e c'è attesa per quanto potranno annunciare da un lato il presidente Usa Barack Obama, dall'altro il presidente cinese Hu Jintao, due paesi determinanti nella politica del clima. Tutto questo mentre è cominciata la fase finale dei negoziati in vista del vertice Onu sul clima nel prossimo dicembre a Copenhagen, che dovrebbe portare a un trattato che sostituisca quello di Kyoto (l'Aie preannuncia altri dettagli sul calo delle emissioni per il 6 ottobre, a margine di una nuova tornata di negoziati Onu sul clima in prepèarazione di Copenhagen).
Dunque la crisi economica ha questo «effetto collaterale». Ha però anche altri potenziali effetti sulle politiche del clima, e molto meno positivi: ad esempio quello di far calare gli investimenti in energie rinnovabili come il solare e l'eolico, che invece sono tra i capisaldi di una transizione a una economia «low carbon», con basse emissioni di carbonio. Insomma: il mondo deve usare il calo indotto dalla crisi come «una opportunità», sostiene il capo degli economisti dell'Aie, Fatih Birol, e partire da questo dato di fatto rilanciare la lotta globale contro il cambiamento del clima, «invece di lasciare che le emissioni tornino a salire come dopo altri periodi di recessione», dice in una intervista con l'agenzia Reuter. «Questo calo delle emissioni e degli investimenti in combustibili fossili avrà un significato solo se un accordo a Copenhagen lancerà un segnale agli investitori», dice Birol.




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