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RIFIUTI TOSSICI, AMBIENTE
Cina, cuore di piombo
Angela Pascucci
2009.10.20
Non sarà il piombo ad appesantire le ali dello «sviluppo» cinese. Se gli impianti che lavorano il metallo pesante inquinano acque e terre circostanti, rivelandosi incompatibili con la vita umana, non saranno le fabbriche a chiudere ma gli umani a doversene andare. Lo fa capire chiaramente la decisione ufficiale, annunciata nei giorni scorsi dai media ufficiali cinesi, che ordina il trasferimento di 15mila abitanti della città di Jiyuan, nella provincia dell'Henan, ai quali è toccata la disgrazia di abitare in una decina di villaggi intorno a una delle più grandi concentrazioni di impianti di trattamento del piombo del paese. Alla fine dell'estate la Yuguang Gold and Lead, il Wanyang Smeltery Group e il Jinli Smelting, società proprietarie dei 35 impianti inzeppati nell'area, erano state oggetto delle proteste degli abitanti della zona che avevano cominciato a temere soprattutto per la salute dei bambini dopo che dallo Shaanxi erano arrivate notizie di rivolte contro l'inquinamento da piombo provocato in un'area di quella provincia da un'altra grande compagnia, il Dongling Group.
Un fine estate drammatico, di proteste, rivolte e scontri violenti con la polizia anti sommossa, dall'Hunan al Fujian, dall'Henan allo Shaanxi allo Yunnan, contro il gravissimo inquinamento provocato da impianti industriali che ignorano, grazie alla complicità dei corrotti governi locali, i limiti e le leggi che pure sono stati stabiliti dal governo centrale. All'inizio di settembre nell'Hunan le proteste contro l'avvelenamento da piombo avevano portato all'arresto di 15 persone, accusate di far parte del movimento spirituale fuorilegge del Falun Gong. Accuse pretestuose che non fermano le ribellioni, considerato che in gioco c'è la salute e spesso la vita. La rabbia poi è accresciuta dal fatto che ormai le spese mediche sono tutte a carico dei malati e nelle aree rurali molti non possono curarsi. E così in Cina le proteste ambientali aumentano del 30% l'anno.
La municipalità di Jiyuan, che ha preso la decisione del trasferimento in massa, aveva cercato di calmare gli animi con un'indagine medica su 2700 giovanissimi al di sotto dei 14 anni residenti nell'area intorno agli impianti. Dai test era emerso che almeno 1000 avevano un tasso di piombo nel sangue pressoché letale ed erano stati subito allontanati. Dai vertici di una delle società erano venute le scuse e la constatazione che tra umani e impianti la convivenza era impossibile. Tant'è che da due mesi l'attività di produzione nell'area era praticamente cessata. Ma la sviluppo e i profitti premono. Troppo costoso trasferire altrove l'attività di produzione. E d'altra parte, dove? Se la Cina è il massimo produttore mondiale, non è certo un caso. Nel resto del mondo impianti del genere sarebbero fuorilegge. Così alla fine il nodo dell'incompatibilità è stato tagliato, insieme alle vite delle vittime. E l'inquinamento potrà continuare.
Trasferire tutte quelle anime (e ancora non si sa bene dove) avrà un costo di un milardo di yuan (circa 100 milioni di euro) e, beffa insieme al danno, il 30% dovranno accollarselo le comunità colpite. Altro che risarcimenti. Ma non hanno altra scelta.
Come non avranno scelta i 330mila abitanti di alcune aree dell'Henan e dell'Hubei dei quali ieri è stato annunciato lo sgombero forzato per far largo alla titanica opera di canalizzazione che dovrà deviare le acque dello Yangtze da sud verso il nord colpito da una grave siccità.
 
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