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ALIMENTAZIONE, AMBIENTE
Una consulta per la terra
Marina Forti
2009.10.29
La Fao, organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione che ha sede a Roma, ha avviato una consultazione internazionale unica nel suo genere. Oggetto è la gestione della proprietà della terra, e di altre risorse naturali come acqua e foreste. L'obiettivo dichiarato è elaborare delle «linee guida» per la gestione e «governance» responsabile di questa risorsa, da cui dipende la vita e la sicurezza alimentare di un'ampia popolazione rurale in tutto il mondo. Per farlo, l'agenzia dell'Onu ha dunque avviato una consultazione internazionale in cui saranno coinvolti governi, settore agroalimentare privato, autorità locali, organizzazioni di agricoltori e sindacati contadini, popolazioni indigene, esperti indipendenti. La Fao «ha preso questa iniziativa perché garantire l'accesso alla terra è la migliore "rete di sicurezza" per i poveri, e perché una gestione corretta e trasparente della terra è la condizione necessaria per garantire l'accesso alla terra e ai diritti di proprietà», ha spiegato giorni fa Paul Munro-Faure, che coordinerà questa consultazione. Ha fatto notare che gran parte dei paesi aderenti alla Fao hanno, sì, leggi che proteggono gli agricoltori e abitanti delle zone forestali, oltre alle aziende agricole, dal rischio di essere cacciati via (per esempio da grandi interessi agro-industriali), o dalle requisizioni arbitrarie. Ma queste leggi sono spesso ignorate, o applicate in modo parziale.
Il punto è che la competizione per la terra e altre risorse naturali - l'acqua, le foreste, la possibilità di pescare in fiumi e mari - sta aumentando. Secondo Munro-Faure i motivi sono in parte l'aumento della popolazione, in parte la crescita economica che alimenta grandi investimenti diretti stranieri in produzioni agricole su larga scala, in parte anche la domanda di derrate agricole destinate a carburanti, e la competizione tra usi residenziali e industriali versus produzione alimentare. Non solo: zone sempre più estese di terre sono abbandonate perché ormai degradate, rese non coltivabili dall'effetto del cambiamento del clima, o impraticabili a causa di conflitti violenti». In questo senso una «governance» responsabile può fare la differenza: garantire l'accesso alla terra a chi ne sopravvive, o lasciare che se ne approprino i ricchi e potenti, alimentando conflitti violenti ed esclusione sociale». Si pensi a comunità rurali espropriate della terra anche solo perché non sono in grado di far valere il loro diritto consuetudinario di fronte ai «baroni» di grandi piantagioni e agroindustria.
Si pensi, anche, al fenomeno definito «land grabbing», o accaparramento di terre coltivabili: termine compare sempre più spesso sui media internazionali ed è entrato anche nel vocabolario della Fao per indicare quando paesi danarosi - come la Corea del Sud o l'Arabia saudita - comprano enormi estensioni di terre agricole in paesi terzi, dove avviare coltivazioni intensive: un po' come forma di investimento (redditizio, visto che i prezzi delle derrate agricole sono destinati a salire e soprattutto visto il boon degli agrocarburanti), un po' per assicurarsi forniture continue sul proprio mercato interno e tenere stabili i prezzi.
«Comprare» però è una parola inesatta, notavano proprio la Fao e l'Ifad (Fondo internazionale per l'agricoltura e lo sviluppo) in un rapporto diffuso della primavera scorsa: diversi paesi africani stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile quasi gratis, in cambio di aleatorie promesse di investimenti e posti di lavoro. Ora, dice la Fao, le nuove «linee guida» dovrebbero mettere dei limiti anche al «land grabbing».
Il punto è che la competizione per la terra e altre risorse naturali - l'acqua, le foreste, la possibilità di pescare in fiumi e mari - sta aumentando. Secondo Munro-Faure i motivi sono in parte l'aumento della popolazione, in parte la crescita economica che alimenta grandi investimenti diretti stranieri in produzioni agricole su larga scala, in parte anche la domanda di derrate agricole destinate a carburanti, e la competizione tra usi residenziali e industriali versus produzione alimentare. Non solo: zone sempre più estese di terre sono abbandonate perché ormai degradate, rese non coltivabili dall'effetto del cambiamento del clima, o impraticabili a causa di conflitti violenti». In questo senso una «governance» responsabile può fare la differenza: garantire l'accesso alla terra a chi ne sopravvive, o lasciare che se ne approprino i ricchi e potenti, alimentando conflitti violenti ed esclusione sociale». Si pensi a comunità rurali espropriate della terra anche solo perché non sono in grado di far valere il loro diritto consuetudinario di fronte ai «baroni» di grandi piantagioni e agroindustria.
Si pensi, anche, al fenomeno definito «land grabbing», o accaparramento di terre coltivabili: termine compare sempre più spesso sui media internazionali ed è entrato anche nel vocabolario della Fao per indicare quando paesi danarosi - come la Corea del Sud o l'Arabia saudita - comprano enormi estensioni di terre agricole in paesi terzi, dove avviare coltivazioni intensive: un po' come forma di investimento (redditizio, visto che i prezzi delle derrate agricole sono destinati a salire e soprattutto visto il boon degli agrocarburanti), un po' per assicurarsi forniture continue sul proprio mercato interno e tenere stabili i prezzi.
«Comprare» però è una parola inesatta, notavano proprio la Fao e l'Ifad (Fondo internazionale per l'agricoltura e lo sviluppo) in un rapporto diffuso della primavera scorsa: diversi paesi africani stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile quasi gratis, in cambio di aleatorie promesse di investimenti e posti di lavoro. Ora, dice la Fao, le nuove «linee guida» dovrebbero mettere dei limiti anche al «land grabbing».




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