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PETROLIO, AMBIENTE
Il petrolio, resti sottoterra
Elena Gerebizza
2009.12.12
Lasciare il petrolio nel sottosuolo è la vera cosa da fare per combattere i cambiamenti climatici. Lo dicono decine di organizzazioni della società civile del Sud del mondo iunite nella campagna Oilwatch International, presente a Copenhagen con una nutrita delegazione da diversi paesi - tra cui Indonesia, Thailandia, Timor, Filippine, Sri Lanka, Nigeria, Ghana, Sud Africa e Ecuador - sia al vertice ufficiale che al Klimaforum, il forum parallelo della società civile. «Il modo migliore di ridurre le emissioni di gas serra è non estrarre più combustibili fossili», spiega Ivonne Yanez di Acción Ecologica, una delle organizzazioni di maggior spicco di Oilwatch. Yanez viene dall'Ecuador, paese dove il greggio conta per il 60% delle esportazioni. Eppure, come in molti altri paesi ricchi di risorse naturali, la gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il petrolio non ha generato l'effetto «a goccia» tanto declamato dalle istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca Mondiale, che continuano a finanziare il settore estrattivo.
Al contrario, in Ecuador lo sfruttamento dell'oro nero si associa con devastanti danni ambientali e violazioni dei diritti delle comunità indigene. «La frontiera del petrolio sta arrivando in zone del territorio molto fragili, ad alta biodiversità e abitate da popoli indigeni che ancora oggi vivono in isolamento volontario, come i Tagaeri e i Taromenane». Chiedere oggi l'istituzione di «territori liberi dall'estrazione del petrolio» significa proteggere i diritti di queste popolazioni e tutelare una delle ricchezze più grandi dell'umanità - nel caso dell'Ecuador la foresta amazzonica. La campagna, iniziata in Ecuador per il territorio del parco nazionale di Yasunì, si sta espandendo sia in altri paesi del bacino amazzonico che in paesi dove è presente Oilwatch. Così in Brasile il Movimento per la giustizia ambientale sta elaborando una proposta per la regione di Acre. In Bolivia, il Fobomade ha presentato un manifesto per un'Amazzonia senza petrolio. In Perù stanno lavorando alla campagna chiamata «No Mas Petrolio en el Loreto», provincia della selva amazzonica.
Secondo Yanez su questa proposta innovativa ha senso iniziare a ragionare sia in Ecuador che altrove, inclusi i paesi dove il petrolio si consuma. «Oggi in Ecuador si estraggono 600mila barili di petrolio l'anno. Se continuiamo con questo ritmo, in ogni caso esauriremo le nostre riserve entro vent'anni. Meglio iniziare subito a pensare alle implicazioni di un Ecuador senza petrolio, cercando di proteggere le risorse naturali a partire dalla foresta, lavorando così sulle alternative».
In Ecuador ci sono circa 5 milioni di barili di riserve di petrolio «intoccati», quasi tutti localizzati in territorio amazzonico. «Parlare di questa proposta a Copenhagen ha senso, perché i governi che negoziano contro i cambiamenti climatici il più delle volte non si rendono conto delle implicazioni dell'estrazione del petrolio per l'ambiente e per il clima. Come non se ne rendono conto i cittadini europei, che dipendono dal consumo di greggio più di molti altri. Nel Sud la maggior parte della popolazione già vive senza petrolio e quindi risentirà molto meno del suo esaurimento nei prossimi anni». Accion Ecologica, come altri gruppi riuniti nella coalizione per la giustizia climatica «Climate Justice Now!», sono a Copenhagen non solo per cercare di influenzare il negoziato, secondo molti già soggiogato alle logiche del mercato. «Per noi essere a Copenhagen rappresenta un'opportunità di dialogo con i governi del Sud, che potrebbero essere sensibili all'idea di un modello di sviluppo non basato su petrolio».
Al contrario, in Ecuador lo sfruttamento dell'oro nero si associa con devastanti danni ambientali e violazioni dei diritti delle comunità indigene. «La frontiera del petrolio sta arrivando in zone del territorio molto fragili, ad alta biodiversità e abitate da popoli indigeni che ancora oggi vivono in isolamento volontario, come i Tagaeri e i Taromenane». Chiedere oggi l'istituzione di «territori liberi dall'estrazione del petrolio» significa proteggere i diritti di queste popolazioni e tutelare una delle ricchezze più grandi dell'umanità - nel caso dell'Ecuador la foresta amazzonica. La campagna, iniziata in Ecuador per il territorio del parco nazionale di Yasunì, si sta espandendo sia in altri paesi del bacino amazzonico che in paesi dove è presente Oilwatch. Così in Brasile il Movimento per la giustizia ambientale sta elaborando una proposta per la regione di Acre. In Bolivia, il Fobomade ha presentato un manifesto per un'Amazzonia senza petrolio. In Perù stanno lavorando alla campagna chiamata «No Mas Petrolio en el Loreto», provincia della selva amazzonica.
Secondo Yanez su questa proposta innovativa ha senso iniziare a ragionare sia in Ecuador che altrove, inclusi i paesi dove il petrolio si consuma. «Oggi in Ecuador si estraggono 600mila barili di petrolio l'anno. Se continuiamo con questo ritmo, in ogni caso esauriremo le nostre riserve entro vent'anni. Meglio iniziare subito a pensare alle implicazioni di un Ecuador senza petrolio, cercando di proteggere le risorse naturali a partire dalla foresta, lavorando così sulle alternative».
In Ecuador ci sono circa 5 milioni di barili di riserve di petrolio «intoccati», quasi tutti localizzati in territorio amazzonico. «Parlare di questa proposta a Copenhagen ha senso, perché i governi che negoziano contro i cambiamenti climatici il più delle volte non si rendono conto delle implicazioni dell'estrazione del petrolio per l'ambiente e per il clima. Come non se ne rendono conto i cittadini europei, che dipendono dal consumo di greggio più di molti altri. Nel Sud la maggior parte della popolazione già vive senza petrolio e quindi risentirà molto meno del suo esaurimento nei prossimi anni». Accion Ecologica, come altri gruppi riuniti nella coalizione per la giustizia climatica «Climate Justice Now!», sono a Copenhagen non solo per cercare di influenzare il negoziato, secondo molti già soggiogato alle logiche del mercato. «Per noi essere a Copenhagen rappresenta un'opportunità di dialogo con i governi del Sud, che potrebbero essere sensibili all'idea di un modello di sviluppo non basato su petrolio».




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