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PETROLIO, GOVERNO, AMBIENTE
Oro nero in Uganda
Marina Forti
2010.01.07
In Uganda è cominciata una corsa al petrolio, e un gruppo di avvocati ugandesi con sensibilità ambientaliste vuole vederci chiaro: così ha avviato una causa legale, per obbligare il governo a rendere pubblici gli accordi firmati con 4 aziende petrolifere straniere.
Il gruppo si chiama Greenwatch; nella petizione depositata il 22 dicembre dai suoi avvocati presso l'Alta corte (o Corte suprema) chiede per la precisione di conoscere i «Production sharing agreements» (Psa, o «accordi di suddivisione della produzione») firmati con le aziende petrolifere Heritage oil, Tullow Oil - entrambe registrate a Londra - e Dominion Oil e Neptune Petroleum. «Secondo la costituzione, ogni cittadino ha il diritto a informazioni in possesso dello stato, e queste possono essere trattenute solo se rivelarle mette in pericolo la sicurezza nazionale o la privacy individuale», spiegava all'agenzia Reuter il legale di Greenwatch, l'avvocato Kenneth Kakuru. Quindi, insiste, tenendo segreti quei Psa lo stato agisce illegalmente.
La causa intentata dagli ambientalisti ugandesi dunque è una battaglia di trasparenza. La posta in gioco è alta, perché si tratta di come uno stato gestisce una risorsa naturale, a profitto di chi, e con quale impatto. Insomma, la causa legale è un esempio delle polemiche che si stanno aprendo in Uganda, ora che è entrato tra i produttori (per ora potenziali) di petrolio. La scoperta di giacimenti di «oro nero» nella nazione orientale africana risale al febbraio 2006, quando due società di esplorazioni petrolifere - Heritage e Tullow - hanno annunciato di aver trovano 700 milioni di barili dentro e attorno alla riserva naturale che circonda il lago Albert (che in parte segna il confine tra Uganda e Repubblica democratica del Congo). Le stime sui giacimenti totali si aggirano sui 2 miliardi di barili: non al livello della Libia o della Nigeria, i maggiori produttori del continente africano, ma abbastanza da mettere l'Uganda tra i piccoli produttori di rilievo, come la Guinea Equatoriale o il Ciad. La prospettiva del petrolio ha scatenato appetiti, aspettative e polemiche, come è ovvio. A mettere l'Uganda davvero sul mercato mondiale degli idrocarburi però è stato il contratto siglato nel novembre scorso dall'Eni, che ha speso 1,5 miliardi di dollari per comprare la concessione su due grandi blocchi di esplorazione (anzi, per ricomprarla da Heritage): e l'entrata in scena dell'Eni ha segnalato che il paese è vicino a passare alla fase della produzione commerciale, e ha alzato la posta per altre aziende del settore. Ora il governo è in trattative per nuovi contratti (e una nuova asta per licenze di eplorazione è prevista nel terzo quadrimestre del 2010). Intanto però un gruppo per la giustizia sociale con sede a Londra, Platform, ha pubblicato uno studio in novembre in cui sostiene che le compagnie petrolifere prenderanno una quota sproporzionata dei redditi del petrolio estratto: tra il 31 e 35% di ritorno sul loro investimento, a danno delle casse ugandesi. Nella stessa uganda una forza di opposizione , il Forum for Democratic Change, accusa il governo di Yoveri Museveni di aver creato un sistema «non trasparente». Il governo dice che rivelare ora i termini dei contratti danneggerebbe la trattativa. Gli ambientalisti ugandesi non si contentano - ora la parola è alla Corte suprema.
Il gruppo si chiama Greenwatch; nella petizione depositata il 22 dicembre dai suoi avvocati presso l'Alta corte (o Corte suprema) chiede per la precisione di conoscere i «Production sharing agreements» (Psa, o «accordi di suddivisione della produzione») firmati con le aziende petrolifere Heritage oil, Tullow Oil - entrambe registrate a Londra - e Dominion Oil e Neptune Petroleum. «Secondo la costituzione, ogni cittadino ha il diritto a informazioni in possesso dello stato, e queste possono essere trattenute solo se rivelarle mette in pericolo la sicurezza nazionale o la privacy individuale», spiegava all'agenzia Reuter il legale di Greenwatch, l'avvocato Kenneth Kakuru. Quindi, insiste, tenendo segreti quei Psa lo stato agisce illegalmente.
La causa intentata dagli ambientalisti ugandesi dunque è una battaglia di trasparenza. La posta in gioco è alta, perché si tratta di come uno stato gestisce una risorsa naturale, a profitto di chi, e con quale impatto. Insomma, la causa legale è un esempio delle polemiche che si stanno aprendo in Uganda, ora che è entrato tra i produttori (per ora potenziali) di petrolio. La scoperta di giacimenti di «oro nero» nella nazione orientale africana risale al febbraio 2006, quando due società di esplorazioni petrolifere - Heritage e Tullow - hanno annunciato di aver trovano 700 milioni di barili dentro e attorno alla riserva naturale che circonda il lago Albert (che in parte segna il confine tra Uganda e Repubblica democratica del Congo). Le stime sui giacimenti totali si aggirano sui 2 miliardi di barili: non al livello della Libia o della Nigeria, i maggiori produttori del continente africano, ma abbastanza da mettere l'Uganda tra i piccoli produttori di rilievo, come la Guinea Equatoriale o il Ciad. La prospettiva del petrolio ha scatenato appetiti, aspettative e polemiche, come è ovvio. A mettere l'Uganda davvero sul mercato mondiale degli idrocarburi però è stato il contratto siglato nel novembre scorso dall'Eni, che ha speso 1,5 miliardi di dollari per comprare la concessione su due grandi blocchi di esplorazione (anzi, per ricomprarla da Heritage): e l'entrata in scena dell'Eni ha segnalato che il paese è vicino a passare alla fase della produzione commerciale, e ha alzato la posta per altre aziende del settore. Ora il governo è in trattative per nuovi contratti (e una nuova asta per licenze di eplorazione è prevista nel terzo quadrimestre del 2010). Intanto però un gruppo per la giustizia sociale con sede a Londra, Platform, ha pubblicato uno studio in novembre in cui sostiene che le compagnie petrolifere prenderanno una quota sproporzionata dei redditi del petrolio estratto: tra il 31 e 35% di ritorno sul loro investimento, a danno delle casse ugandesi. Nella stessa uganda una forza di opposizione , il Forum for Democratic Change, accusa il governo di Yoveri Museveni di aver creato un sistema «non trasparente». Il governo dice che rivelare ora i termini dei contratti danneggerebbe la trattativa. Gli ambientalisti ugandesi non si contentano - ora la parola è alla Corte suprema.




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