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Thailandia of limits
Marina Forti
2010.01.08
La Thailandia «non è più la destinazione asiatica più attraente per gli investimenti giapponesi, grazie al fiasco di Map Ta Phut», dice il signor Menunori Yamada, capo dell'ufficio di Bangkok dell'ente giapponese per il commercio con l'estero. Non l'instabilità politica cronica dopo il colpo di stato militare del 2006, le mobilitazioni di massa che hanno paralizzato il paese per mesi: no, ciò che mina «la fiducia degli investitori» è Map Ta Phut, porto e comprensorio industriale delle dimensioni di una città media, affacciato sul Golfo di Thailandia circa 200 chilometri a sud della capitale Bangkok.
La parole del businessman giapponese erano riportate ieri con evidenza dal quotidiano The Nation di Bangkok. Da settimane del resto i giornali sono pieni della faccenda di Map Ta Phut: in particolare da settembre del 2009, quando un tribunale ha ordinato la sospensione di 76 progetti industriali in costruzione nel distretto perché non in regola con le normative ambientali previste dalla nuova costituzione del 2006. Le aziende costrette a fermarsi includono dalla farmaceutica tedesca Bayer al gruppo indiano Aditya Birla Chemicals, alle maggiori acciaierie giapponesi, l'australiana BlueScope Steel, e altre del settore energetico: investimenti industriali per circa 9 miliardi di dollari sono bloccati. Dal punto di vista degli investitori è una situazione assurda: anche perché, bisogna dire, la costituzione del 2006 impone alle industrie precauzioni ambientali severe, ma i successivi governi non hanno mai emanato le linee guida a cui le aziende devono attenersi.
Dal punto di vista degli abitanti di Map Ta Phut, e degli attivisti e avvocati che hanno sollevato il caso, la storia è diversa: «D'ora in poi le industrie non si preoccuperanno solo di come fare soldi, dovranno tener conto anche dell'ambiente e della salute delle persone», dichiara (al International Herald Tribune, 19 dicembre) Srisuwan Janya, l'avvocato che ha curato la causa legale iniziata due anni fa da 27 abitanti del comprensorio industriale. Perché Map Ta Phut è una delle zone più inquinate del paese: una concentrazione di fabbriche, discariche di residui chimici, camini industriali, fiammate di gas, dove la popolazione soffre di malattie respiratorie croniche, affezioni alla pelle, e registra una impressionante incidenza di tumori. Già nel 2003 uno studio dell'Istituto nazionale dei tumori thailandese mostrava che l'incidenza di tumori cervicali, alla vescica, fegato, seno, stomaco, naso, gola e sangue è la più alta dell'intera provincia di Rayong, dove si trovano questa e altre zone industriali. Un altro studio, concluso nel 2007, mostrava che la popolazione intorno a Map ta Phut ha un tasso di danni genetici alle cellule del sangue più alto del 65% rispetto alla popolazione delle zone rurali della stessa provincia, e i lavoratori delle raffinerie del 120% più alto. L'inquinamento dell'aria è il problema principale: le autorità sanitarie nel settembre scorso hanno constatato ben 9 tipi di sostanze carcinogene nell'aria.
La causa legale presentata alla fine del 2007 a lavorato lentamente, ma ha prodotto i suoi frutti: nel marzo scorso il tribunale ha dichiarato Map Ta Phut «zona di controllo dell'inquinamento», imponendo alle autorità di misurare l'inquinamento di suolo, acqua e aria ed elaborare un piano di bonifica. Sul momento non è successo molto: fino alla successiva sentenza, quella che ha bloccato i nuovi progetti industriali. Allora sì che il «caso» è scoppiato. Ora gli abitanti di Map Ta Phut sperano che la bonifica si materializzi. La battaglia è tutta aperta.
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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