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AMBIENTE, SVILUPPO, COMMERCIO
Emissioni per procura
Marinella Correggia
2010.02.04
È noto che spostare beni da un capo all'altro del mondo ha una grossa ricaduta climatica, per via dei combustibili fossili largamente impiegati nel trasporto. Meno nota è un'altra implicazione legata al commercio internazionale: le cosiddette «emissioni per procura», analizzate dallo studio «Climate and Trade» (Clima e commercio) del Forum su ambiente e sviluppo delle ong tedesche e dalla Fondazione Heinrich Boll.
Le «emissioni per procura» consistono in questo: i paesi industrializzati spostano gas serra sulle economie emergenti e sui paesi in via di sviluppo importando da loro sempre più prodotti industriali, e specializzandosi invece in servizi e beni a elevata tecnologia. È vero che tradizionalmente i beni a maggiore intensità energetica - prodotti chimici, ferro, acciaio - sono stati esportati più da nord verso sud; ma questo scenario sta cambiando. Ad esempio la Cina, la fabbrica del mondo, è già esportatrice netta di beni «energy intensive». E poi soprattutto, è enorme ormai il volume delle esportazioni dal sud quanto a prodotti a densità energetica inferiore (bambole, magliette, iPod), per cui il saldo delle emissioni virtuali da commercio globale premia i paesi ricchi.
Le emissioni cinesi di CO2 legate alle esportazioni - elettronica, macchinari, oggetti metallici, tessili, ecc. - sono state nel 2005 pari a un terzo delle emissioni totali del paese. All'inverso, l'Unione europea nel 2001 ha importato beni contenenti emissioni virtuali pari a 992 megatonnellate (Mt) di CO2, ed esportato beni per un totale di emissioni virtuali pari a 446 Mt, dunque ha spostato altrove ben 500 Mt di CO2. In totale, nei paesi dell'Ocse, tenuti a ridurre le emissioni sulla base del Protocollo di Kyoto, quasi il 25% delle emissioni totali è generato altrove e conteggiato nel luogo di emissione. Infatti la Convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici (Unfcc) ha nei metodi di calcolo un approccio territoriale: conta dove avviene la combustione. Le emissioni per procura hanno facilitato i limitati impegni di riduzione dei ricchi, ma non alleggerito il conteggio globale dei gas serra; anzi, il vorticoso commercio globale li ha fatti aumentare. Così l'Italia, che doveva ridurre le emissioni del 6,5% rispetto al 1990, non solo le ha aumentate del 10%, ma ha anche più che raddoppiato le proprie emissioni virtuali; una parte crescente delle quali proviene dal sud.
Che fare? «Climate and Trade» fa proposte precise. Primo, mettere nel conteggio delle emissioni anche quelle virtuali importate, tanto più se un giorno anche i paesi del Sud fossero obbligati per trattato a obiettivi di riduzione. Poi, legare le attività di riduzione nel sud a trasferimenti finanziari e di tecnologie (le innovazioni amiche del clima dovrebbero essere considerate «beni pubblici globali»). E soprattutto, sostituire il vecchio principio della minimizzazione dei costi, sinora imperante nella distribuzione internazionale del lavoro, con quello dei «vantaggi emissivi comparati». I beni si produrrebbero dove è possibile farlo con meno emissioni possibile. Tutto considerato: anche i trasporti. E in questo senso, gli investimenti all'estero e i commerci internazionali dovrebbero essere sottoposti a una valutazione di impatto climatico finalizzata a scoraggiarli con tasse e barriere. Difficile però farle passare all'Organizzazione mondiale del commercio a meno di una struttura elefantiaca di calcolo delle emissioni. Eppure, a esser seri, nel lungo periodo si dovrà arrivare al bando del commercio dei beni pesanti come il clima...
 
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